Roma, 29 ago – “Tutto si riduce al trattino che sulle tombe separa la data di nascita dalla data di morte”, così dice celando paura Albertino Bonvicini, ex ragazzo del ’77 morto a poco più di trent’anni dopo l’orfanotrofio, il manicomio, le speranze del Settantasette, la discesa agli inferi della lotta armata, l’allontanamento e poi ancora il carcere, il ritorno a casa, la droga, la malattia. E la fine. E potrebbe dirlo anche Giovanni, protagonista di “Gli anni al contrario” (Einaudi) primo romanzo di Nadia Terranova, già autrice di libri per ragazzi tra cui Bruno il bambino che imparò a volare per i tipi di Orecchio Acerbo, dedicato a Bruno Schulz. Gli anni al contrario di Aurora Silini e Giovanni Santatorre passano attraverso sentimenti e passioni, eventi umani potenti e delicati sullo sfondo di anni belli e terribili come gli anni Settanta, vissuti però a Messina, dove è difficile essere e sentirsi protagonisti. I due si incontrano, si amano, si annodano, si dimenticano per poi riprendersi appena, legandosi per la vita e per quello che resterà a chi sopravvive. Con gli occhi della figlia Mara che sceglierà di esistere e di raccontare quella coppia inesperta di vita, si percorre la fatica del cercare un posto nel mondo. Proprio quegli occhi sembrano accudire ogni pagina del romanzo, in una scrittura che agisce con la sensibilità dolorante e imperfetta del “giorno dopo giorno” rispetto a quella tragica della Storia. Albertino, dissociandosi, scrisse ai suoi compagni che scelsero la lotta armata: “Fate la storia senza di me”. Anche Giovanni Santatorre comprende infine da che parte stare, ma anche che non si può negare sé stessi alla storia o alla Storia, che, come dice De Gregori, si fa con tutti perché la Storia siamo noi che scriviamo le lettere, siamo noi questo piatto di grano.(PO / red)