(10 settembre 2018) Dati i tempi, la notizia non è che in Svezia i sovranisti sono cresciuti passando dal 14 al 18%, ma che i socialisti li hanno fermati raccogliendo circa il 10% di voti in più. Un mezzo miracolo nel paese più esposto d’Europa sul fronte dell’immigrazione, quello che ha accolto il più alto numero di richiedenti asilo per abitante (cinque volte più dell’Italia) e che dispone del sistema di accoglienza più efficiente e generoso.
Va detto che il sorpasso che i sondaggi ritenevano possibile non c’è stato anche perché negli ultimi due anni la politica migratoria del governo svedese è diventata molto più restrittiva, con provvedimenti come il ripristino dei controlli alla frontiere con la Danimarca, una revisione del welfare per i nuovi arrivati e l’espulsione di 80 mila immigrati irregolari. I socialisti non hanno eluso il problema ma lo hanno affrontato e probabilmente questo – oltre alla crescita dell’economia e a un basso tasso di disoccupazione – ha evitato il tracollo.
Il gioco delle alleanze a Stoccolma inizia ora, ma difficilmente la Svezia si aggiungerà ai Paesi dove i nazionalisti e gli euroscettici, meglio noti come sovranisti, sono al governo, vale a dire Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Finlandia e Italia.
Il voto svedese conferma che quello dell’immigrazione resta ovunque un fattore prioritario di lotta politica interna, destinato a esasperarsi con le elezioni europee della prossima primavera. E se per risolvere il problema dell’immigrazione irregolare possono servire 80 anni, come ieri ha detto Salvini, il dividendo politico si incassa subito.
