Roma, 4 ott – Per l’autore, laureato in ingegneria al Politecnico di Torino e oggi professore onorario e imprenditore in Svizzera, amico e compagno di Pierangelo Bertoli e Dario Fo (con i quali ha fatto spettacoli tournée in Italia e all’estero), “il ’68 non fu una rivoluzione politica”, ma “una rivolta del costume contro le forme ingiuste e costrittive della morale e della società”. Per questi motivi non divenne mai una rivoluzione politico-istituzionale, ma una “rivoluzione sociale”. E in questo senso, spiega Zaquini nel suo libro, “fu una rivoluzione vittoriosa”. In questo stesso senso l’autore, dunque, supera Gaber e la trincea che il Signor G scavò nel 2001 e spiega perché “molti ex-sessantottini vivono l’impegno politico di allora quasi con senso di colpa”. Mentre lui prova a liberarli, cercando di “dimostrare alle nuove generazioni non soltanto che gli ideali erano giusti, ma che su molte battaglie il movimento trionfò”. Lo fa con un italiano discorsivo e di facile comprensione, come quello che si usa quando si parla a un figlio di cose care. In quattordici brevi capitoli gli racconta i primi fatti e il contesto, la situazione nazionale di quegli anni, il rapporto tra studenti e operai, il sesso, cosa gli abbia insegnato quel periodo, cosa non hanno fatto e cosa avrebbero dovuto fare i protagonisti di allora. L’opera si conclude con quello che è l’attuale convincimento di Zaquini: è “cominciato un nuovo ’68 sui temi allora lasciati in sospeso”. Almeno per lui che, trascinato dagli svizzeri, è tornato a girare i cantoni con la sua chitarra per “spettacoli ed animazioni di carattere musicale-politico”, nei quali si gli capita di “adattare nuovi testi con nuovi contenuti a vecchi motivi che cantavamo con il ‘Canzoniere del Vento Rosso’”. (Ema)