Teramo, 9 ott- I due studiosi, pur concordando sull’opportunità dell’ “allerta” generato dal contributo di Desforges e collaboratori, osservano tuttavia che, in virtù del cospicuo numero di contaminanti chimici che le orche – al pari di tutti gli altri Cetacei Odontoceti -sarebbero in grado sia di accumulare sia di “biomagnificare” contestualmente in ambito tissutale, risulterebbe molto difficile se non addirittura impossibile “dissezionare” l’azione patogena esplicata dai soli PCB rispetto a quella svolta dalle altre sostanze presenti nelle succitate “miscele”. Inoltre, i potenti effetti immunotossici, unitamente a quelli esercitati sul sistema endocrino e sulla biologia riproduttiva dell’ospite da parte dei PCB, ricalcano in larga misura quelli esplicati da altri contaminanti ambientali, organoclorurati e non-organoclorurati, cosicché risulterebbe pressoché impossibile definire con precisione “chi fa cosa”. La tossicità dei PCB sulle orche dovrebbe esser parimenti messa in relazione, commentano Di Guardo e Fernandez, sia con i livelli di espressione dei recettori per tali composti (AHR) presenti nei tessuti di tale specie cetologica sia con le capacità metaboliche della stessa nei confronti dei PCB, senza peraltro dimenticare l’importante ruolo svolto dalle micro-nanoplastiche quali “attrattori, concentratori e trasportatori” di molteplici contaminanti ambientali persistenti, che a seguito di catastrofici eventi quali gli “tsunami” potrebbero esser così veicolati a grandi distanze. Pertanto, concludono Di Guardo e Fernandez, sono necessari ulteriori, approfonditi studi finalizzati a definire il reale impatto dei PCB sulle popolazioni di orche a livello globale. (BIG ITALY /red)