Roma, 10 ott – Non solo tra una nazione e un’altra, ma anche all’interno di ogni nazione. Per cui Augé estende questo concetto e questo discrimine anche alle culture: non vi è una cultura che non crea diseguaglianze o un’altra che le crea, poiché all’interno di ogni cultura vi sono diseguaglianze e, oggi, sono anche crescenti. È per questo che egli crede non nelle nazioni o nelle culture, ma negli individui e nell’Illuminismo, cioè “l’assenza di contraddizioni tra lo sviluppo individuale e quello collettivo. Questi sono i diritti umani che si possono materializzare solo attraverso la difesa dell’individuo, perché in lui si incarna l’uomo in senso generico”. In questo contesto sostiene che non bisogna avere paura delle frontiere, poiché esse non sono una barriera, ma qualcosa che “implica una negoziazione simbolica per passare da un punto a un altro”, un arricchimento, come la frontiera linguistica che crea mutuo arricchimento nell’attraversarla. E in questo impianto culturale, i migranti diventano “gli avventurieri dei tempi moderni, spinti dalla loro situazione”. E da antropologo, poi, mette in risalto, all’interno delle varie migrazioni, la fuga dei cervelli, ma non quella della narrazione nazionale a cui siamo abituati in Italia, bensì quella africana. Per Augé il Continente nero vive il dislocamento delle élite negli Stati Uniti. Si tratta di un nuovo tipo di migrazione individuale molto dannosa per l’Africa, giacché questi intellettuali non trovano nei loro Paesi i mezzi per esercitare la loro forza e il loro talento”. E aggiunge che questo fenomeno si verifica ormai anche in Spagna e in Francia. (Ema)