(26 ottobre 2018) L’ultima occasione di scontro tra il mondo dei 5 Stelle e l’industria dei giornali è stata la riforma del copyright, votata dal Parlamento europeo. Una norma a difesa del diritto d’autore nello spazio digitale, giudicata dai 5 Stelle come una nuova forma di censura. Lo scontro non è episodico e non è banale. Nell’idea di democrazia diretta proposta dai 5 Stelle non è previsto il ruolo di intermediazione dei giornali. In un’intervista, Luigi Di Maio ha detto che il quotidiano cartaceo è la lettura preferita del mondo politico, non del cittadino. Grillo e Casaleggio ne hanno auspicato e previsto la morte. I fatti sembrano dalla loro parte, perché in Occidente la diffusione dei quotidiani è in calo, con l’informazione cannibalizzata dal web dove è spesso sostituita dalla comunicazione, che è cosa ben diversa. Il format è un po’quello delle conferenze stampa dove non sono previste le domande. In Italia il nuovo presidente della federazione editori, Andrea Riffeser, si sta battendo per evitare che uno stato tornato dirigista si schieri a favore di uno dei giocatori, indirizzando verso l’on line, che vuole dire verso Google, gli investimenti pubblicitari su cui ha competenza, come è successo recentemente con la pubblicità dei medicinali.
In soccorso dell’informazione come mestiere arriva l’ultimo libro di Beppe Severgnini, “Italiani si rimane” edito da Solferino. Il direttore di Sette spiega che i giornalisti servono perché spetta a loro unire i puntini di un disegno sempre più confuso. E possono continuare a farlo sui giornali, naturalmente declinati nei nuovi formati digitali, che hanno dimostrato di apprezzare i 110.000 abbonati esclusivamente on line del New York Times. Le notizie eccentriche e i video divertenti li troviamo ovunque, nota Severgnini, ma per l’informazione affidabile abbiamo bisogno di un giornale con la sua reputazione, la sua organizzazione, i suoi redattori. Il libro è il racconto di un’avventura professionale senza confini, vissuta e narrata con entusiasmo, merce sempre più rara nella società dello scontento.