Sarà una cordata di imprese (Salini, Impregilo, Italferr, Fincantieri), che si chiamerà “PerGenova”, a costruire che il nuovo ponte. Sarà realizzato, su progetto di Renzo Piano, entro la fine del 2019 e costerà 202 milioni. “Si chiamerà il ponte di Genova – spiega Piano in una intervista al Corriere della Sera -. Semplice ma non banale. Forte, molto forte, lontano dalla retorica. Bello, di una bellezza genovese: restia, parsimoniosa, taciturna”. E questa volta destinato a durare “non mille, ma duemila anni. I ponti non possono crollare”, “dovrà ricucire una città divisa, elaborare un lutto, suscitare orgoglio. L’ho immaginato come una nave, un qualcosa di simbolico che però non deve perdere il tema della memoria. Questa tragedia ha creato un vuoto enorme”. E ci saranno i fasci di luce per illuminare la memoria delle 43 vittime: “Per non dimenticare. Elaborare un lutto vuol dire farlo proprio, fino a diventare una parte di te stesso. Bisogna scavare nel profondo di ognuno di noi, riuscire a creare un nuovo sentimento: non dimenticare ma trovare la spinta per rinascere”. Inoltre sottolinea che “il crollo ha risvegliato il fantasma della città separata, quella operaia e la Superba. Due mondi che devono tornare uniti. La ricucitura passa attraverso il ponte, una delle icone dell’architettura insieme alla piazza”. E sul suo ingaggio da supervisore precisa: “Confermo quello che avevo detto fin da subito e qualche maligno ha messo in discussione. A titolo gratuito. Ci sono cose che si fanno anche per spirito civico”, “mi è capitato di fare ponti in Giappone nell’arcipelago di Amakusa, a Sarajevo, a Chicago. Forse qualcuno ha pensato che fossi a caccia di incarichi… Ma alla mia età non vado in cerca di notorietà”. Per Piano si tratta di “un omaggio alla città che amo e a un luogo che sento intimamente mio. Mio padre è nato lì, alla Certosa”, “ci ho lavorato dal 15 agosto, dopo la chiamata del sindaco. Sono onorato di questo”, Genova “ha un orgoglio immenso. In questo ponte si deve riconoscere” e “oggi è il momento di una forte solidarietà. Io ho vissuto a Berlino un cantiere con cinquemila operai, un altro analogo l’ho vissuto a Tokyo. Ogni volta si è creato un clima straordinario, perché stai costruendo insieme ad altri qualcosa di importante, qualcosa che unisce persone e mondi”. Inoltre, in una intervista a La Stampa, evidenzia: “Ritengo che sia stata una buona idea, alla resa dei conti, organizzare questo confronto fra soluzioni progettuali differenti. Così si è alzata l’asticella sotto tutti i profili, non solo quello tecnico-progettuale, ma anche quello culturale”. Piano precisa che il progetto prevede una riqualificazione più ampia della Valpolcevera, anche con un parco: “Bisognerà lavorare di rammendo, ripensare la vallata non solo dal punto di vista degli insediamenti abitativi, ma anche per gli aspetti ambientali e produttivi”, “dietro l’apparente semplicità del progetto c’è proprio la volontà di garantire la maggiore pulizia possibile del quartiere attraversato dal ponte, in modo che non sia il ‘sotto’ di qualcosa. Il parco deve essere un luogo il più possibile indisturbato, per questo bisogna muoversi con leggerezza nella costruzione”. E dell’offerta di collaborazione di Santiago Calatrava dice: “Non approvo la definizione archistar perché fa pensare a qualcuno che adotta comportamenti seducenti nei confronti della società, e io ne sono lontano. Ciò detto, qualsiasi contributo è bene accetto. Conosco Santiago Calatrava da tempo, ci siamo visti tante volte a New York, apprezzo il suo lavoro”. Infine un commento sul termine di 12 mesi: “È una scommessa da vincere”. (19 dic – red)