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Il primo giorno
della mia vita
di Paolo Genovese

it@withub.it by it@withub.it
21 Dicembre 2018
in Archivio speciali - Libri
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IL PRIMO GIORNO DELLA MIA VITA DI PAOLO GENOVESE  

Napoleon all’apparenza non ha niente per cui essere infelice. È sposato, ha successo, per lavoro “motiva” le persone. C’è questa cosa di avere dei figli, però, che gli fa paura, una maledetta paura. Aretha fa la poliziotta ma da quando ha perso sua figlia Olivia niente è come prima. Emily “è bella, una cascata di capelli biondi, occhi grandi e fragili di chi ormai si è rassegnato a fare lo spettatore, di un colore chiaro e liquido che si confonde con i riflessi dell’acqua e la malinconia di chi ne ha vista passare troppa senza avere avuto la possibilità di bagnarsi”. Emily era un’atleta. Tutto era cominciato per caso, da una passione pericolosa che da bambina la spingeva a camminare su una trave a svariati metri d’altezza nel fienile della fattoria di famiglia. E così sulle travi continuò a camminarci, ma stavolta nelle palestre. Arrivarono le gare, le competizioni, arrivò pure l’adolescenza, le prime storie, quasi sempre da amante. Arrivò anche quel maledetto incidente: così, da quel momento, è in sedia a rotelle. Daniel è un ragazzino sovrappeso e malato di diabete. I suoi genitori hanno l’idea geniale di farlo diventare un divo della pubblicità. Mentre per i suoi compagni è solo un ragazzino ciccione a cui combinare le peggio malefatte. Tutti e quattro in comune hanno una cosa: vogliono farla finita. Se non che un misterioso signore di mezz’età li convince a fare un accordo. Prendersi ancora sette giorni prima di troncare le proprie esistenze. Una settimana, e poi dovranno prendere una decisione: sarà l’ultimo giorno della loro vita o il primo di una nuova? Mentre il suo successo cinematografico Perfetti sconosciuti sta sbancando al botteghino in Cina e diventando oggetto di remake in svariate parti del mondo, Paolo Genovese cambia veste e si propone come scrittore con il rom,azo “Il primo giorno della mia vita” (Einaudi). Forse perché, come ha detto a “DiMartedì” su La7, scrivere un romanzo costa molto meno e ci si può permettere di ambientare una storia in cima al ponte di Brooklyn, nel cuore di New York, senza portarvi dispendiose troupe. Scherzi a parte, Genovese riprende un refrain già utilizzato da altri autori, quello degli aspiranti suicidi – si pensi a Piccoli suicidi tra amici di Aarto Paaslinna – e lo utilizza per far muovere personaggi diversi tra loro, uniti dall’essere a un passo dalla morte, finiti per fare, tutti assieme, un colorato e pazzesco inno alla vita. La vicenda si muove in più piani che si sovrappongono, lo stile è leggero e dà numerosi indizi per far capire che “dietro la penna” c’è un regista prestato alla scrittura: sarà per le descrizioni pregnanti o per il ritmo calzante, ma è facile immaginare tante scene trasposte in un film. Non è un caso che molto presto Il primo giorno della mia vita diventerà proprio una pellicola e stando ai rumours sarà girata negli States.

BUBER E LA COMUNITA’ POST SOCIALE

In quello che Hobsbawm aveva definito “Il secolo breve” si sono concentrati fenomeni storici tra i più potenti e contraddittori della storia. Il XX secolo è stato infatti a un tempo l’età delle catastrofi (bastino le due guerre mondiali) e quella dell’oro (con il ciclo del boom economico e dell’espansione del welfare dal 1945 al 1973). In questo secolo il mondo è passato dalla guerra combattuta sui campi di battaglia, con armi di distruzione di massa e milioni di morti, alla guerra fredda, combattuta con le diplomazie, i servizi segreti e con la minaccia della Bomba. Una guerra sostanzialmente tra due superpotenze opposte tra loro, quella sovietica e quella americana. Due mondi, quello comunista e quello capitalista, espressione di una irriducibile dicotomia tra collettivismo della società di massa – diventato anche sostrato dei diversi totalitarismi, almeno nella prima metà del Novecento – e individualismo atomizzato. In questo schematico, ma ferreo dualismo, si inserisce l’opera del filosofo, teologo e pedagogista austriaco Martin Buber: l’ideatore della teoria secondo la quale la vita non è soggettiva, ma intersoggettiva, per cui soggetto e intersoggettività sono sincronicamente complementari. E in questa contrapposizione duale Buber vede il segno più tangibile della crisi dell’umano. Oggi, quel secolo breve ed “estremo” (The Age of Extremes era il titolo originale inglese del libro di Hobsbawm) che sembrava essersi concluso ormai quasi trenta anni fa con la caduta del Muro di Berlino e il dissolvimento dell’URSS, pare proiettare le proprie ombre nell’oggi, con nuovi estremismi, nuove (non meno catastrofiche) piccole e grandi guerre, col terrorismo globale. E il tutto sembra riproporsi all’interno di un nuovo dualismo tra Occidente e mondo islamico. Forse proprio per questo Francesco Ferrari, dottore di ricerca in filosofia presso l’Università di Jena, riprende l’opera di Buber. Lo fa con il saggio “La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber” (Castelvecchi, 2018, 144 pagine, 19,5 euro). E partendo proprio dall’antitesi tra collettivismo e individualismo, il libro ricostruisce le diverse fasi del pensiero politico e della biografia personale di Buber, sottolineando il suo difficile rapporto con il movimento sionista (lui, ebreo austriaco naturalizzato israeliano), l’amicizia con Gustav Landauer (filosofo tedesco, attivista dell’area comunista libertaria, teorico dell’anarchismo tedesco e convinto pacifista), il suo rigetto verso il comunismo di Stato dell’URSS contro il quale, come si evince nel libro di Ferrari, Buber propone un socialismo utopico e religioso. E ancora nel libro è riproposta la resistenza spirituale di Buber negli anni del nazismo, insieme al suo impegno indefesso verso dialogo e riconciliazione sia con la Germania democratica del post nazismo, sia nel radicale conflitto arabo-israeliano. Il tutto in un’opera che ha come base strutturale del discorso politico-sociale buberiano sempre la comunità, la società e infine lo Stato.

QUINDICI INTERVISTE “MIGRANTI” PER CONOSCERE L’ANIMO UMANO

Lo scorso 10 dicembre a Marrakech è stato formalmente approvato dai rappresentanti di circa 150 paesi del mondo il “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration” delle Nazioni Unite, che stabilisce le norme generali per definire un approccio comune alla migrazione internazionale in tutte le sue dimensioni. Non è altro che una tardiva presa d’atto che le migrazioni sono un fenomeno naturale, esistente da quando l’uomo è comparso sul Pianeta e che se ne possono modificare forme e intensità  nel corso della storia, ma nulla può fermarle o impedirle e a poco servono leggi restrittive o, peggio, tendenti a criminalizzare il migrante indesiderato, come sta avvenendo in questi mesi al confine Sud degli Stati Uniti o alle frontiere d’Europa, Italia in testa. Per questo è utile oggi, tra i tanti saggi e opere di narrativa sulle migrazioni, leggere il libro di Domenico Di Cesare, “Migranti” (Castelvecchi, 2018, 128 pagine, 14,5 euro). Un volume nel quale l’autore raccoglie una serie di quindici interviste proprio ai migranti. Interviste che raccontano le storie, le vicissitudini, le peripezie dei richiedenti asilo, soprattutto “non bianchi”. Un racconto di vite vere, vissute, che ha lo scopo di stimolare nei lettori consapevolezza, per sensibilizzarli e indurre l’opinione pubblica a considerare concretamente che l’essere umano è tale sempre, indipendentemente dalla condizione sociale, dalla nazionalità, dal colore della pelle, dalla religione. Le quindici interviste raccontano altrettante storie di disperazione, discriminazione, guerra, violenza, sfruttamento, condanna a morte. Raccontano il dramma di ciò da cui si fugge, la speranza verso la quale ci si mette in viaggio e il rischio, il salto nel buio, la via crucis che c’è nel mezzo, tra quei due estremi. E ancora l’accoglienza una volta arrivati a destinazione e il percorso di integrazione, che non sempre è felice e riuscito. Un libro, dunque, quello di questo inedito e originale libraio, giornalista e scrittore, che non è solo utile e bello da leggere, ma che si rivela anche un’inchiesta sull’animo umano.

 

IO SONO MARIA CALLAS DI VANNA VINCI

La storia e il mito di Maria Callas: un’icona del nostro tempo, raccontata ed evocata in una graphic novel frutto di un accuratissimo lavoro di ricerca. Attraverso le immagini e le parole di Vanna Vinci, la Callas diventa un personaggio da tragedia greca (di cui questo libro rielabora lo schema, utilizzando addirittura il coro) e, allo stesso tempo, una superstar. “Io sono Maria Callas” di Vanna Vinci è un’opera appassionante e commovente, da cui emerge una riflessione sulla forza dell’arte come riscatto personale e sul talento come benedizione e condanna. Vanna Vinci, emersa nel mondo del fumetto all’inizio degli anni novanta, si è imposta come autrice di prima grandezza, seguita e apprezzata non soltanto dal pubblico italiano. Le sue opere sono infatti pubblicate in vari paesi, tra cui Francia, Germania e Inghilterra. Dotata di uno stile personalissimo, adatto a ogni genere di narrazione, la Vinci è anche creatrice della striscia umoristica La bambina filosofica (con protagonista il suo alter ego) e illustratrice di libri per ragazzi. Vive tra Bologna e Milano. Per Feltrinelli Comics ha pubblicato Io sono Maria Callas (2018).

 

ALESSANDRO VANOLI RACCONTA L’INVERNO

Il silenzio attorno, noi al caldo di un fuoco acceso. È la storia millenaria di una natura che trattiene il respiro. “Inverno. Il racconto dell’attesa” è il nuovo libro di Alessandro Vanoli (Il Mulino). Raccontare l’inverno significa parlare di una parte profonda della storia umana: le grandi glaciazioni, la lotta per la sopravvivenza, ma anche l’idea di rinascita connessa ai miti e alle feste più antiche. Stagione della sospensione, tanto dei lavori agricoli quanto della guerra, è uno dei momenti forti dell’anno, scandito da riti religiosi e dalla speranza di rinnovamento che essi esprimono. Inseguirla nei secoli ci riporta a cacciatori, malattie, estenuanti ritirate militari, al gelo dei monasteri, e poi a esseri fatati nascosti nel cuore della terra, a lunghe veglie davanti al fuoco nel raccoglimento dell’intimità domestica. Un ovattato intervallo bianco, festivo e mortale nel contempo, che continua a sollecitare il nostro immaginario. Vanoli, storico e scrittore, è esperto di storia mediterranea. Tra i suoi libri per il Mulino: “Andare per l’Italia araba” (2014), “Quando guidavano le stelle” (2015), “La Sicilia musulmana” (2016), “L’ignoto davanti a noi” (2017) e, con Franco Cardini, “La via della seta” (2017).

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