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CAMBIAMENTO, PORTI
E MANOVRE: 2018 IN PILLOLE

it@withub.it by it@withub.it
24 Dicembre 2018
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Un anno fa, nel discorso del 31 dicembre, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era stato chiaro: “Il lavoro resta la prima, e la più grave, questione sociale. Anzitutto per i giovani, ma non soltanto per loro. E’ necessario che ve ne sia in ogni famiglia. Al tempo stesso va garantita la tutela dei diritti e la sicurezza, per tutti coloro che lavorano”. Aveva quindi anticipato che il passaggio più importante del 2018 per l’Italia sarebbero state le elezioni del 4 marzo, un voto “con una nuova legge elettorale approvata dal Parlamento. Le elezioni – aveva detto – aprono come sempre una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento. A loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese”.

LA CAMPAGNA ELETTORALE. I primi mesi dell’anno in Italia si consumano però in una sorta di stillicidio, una campagna elettorale serratissima e senza esclusione di colpi. Tre i gruppi principali in lizza: il centrosinistra guidato dal Pd, uscito da cinque anni di governo ma a terra nei sondaggi (nonostante effettivamente i dati Istat di gennaio segnalino un aumento dell’occupazione, anche giovanile) che promette di proseguire la lenta opera di riforme messe in piedi, il centrodestra formato da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia che punta sulla flat tax, e il Movimento 5 Stelle che come sempre decide di correre da solo e che gioca tutto sul cambiamento e sul reddito di cittadinanza. “Abolizione” è la parola chiave delle nuove forze che puntano a salire al potere: abolizione della legge Fornero, abolizione della legge sui vaccini, abolizione di 10mila leggi in generale per sburocratizzare (è una delle promesse di M5S). E’ anche, più che mai, la campagna elettorale delle fake news, tanto che la polizia postale inaugura un (contestato) servizio di segnalazione web di notizie false.

IL CONTESTO ECONOMICO. Nonostante questo clima, le previsioni di crescita inizialmente sembrano in rialzo a livello globale, e anche l’Italia sembrerebbe beneficiarne: secondo il World Economic Outlook Update di gennaio del Fondo monetario internazionale per il 2018 la crescita italiana è stimata nell’ordine dell’1,4%, per il 2019 dell’1,1%, rispettivamente un miglioramento di 0,3 e 0,2 punti sull’ultima stima del Fmi.  Tassare la ricchezza, le proprietà e i consumi; allargare la base fiscale riducendo il carico, tagliare la spesa corrente: sono le tre strade suggerite all’Italia dal Fondo monetario internazionale per intraprendere “un piano di risanamento di bilancio credibile e ambizioso per incanalare il debito in una traiettoria di calo” che porti il rapporto debito/Pil al 129,7%, e poi nel 2020 al 127,5% e al 116,6% nel 2023. Secondo la Corte dei Conti però “il miglioramento dei risultati economici e dei conti pubblici conseguito dall’Italia negli ultimi anni non consente di abbassare la guardia. L’uscita dalla recessione e la ripresa non pongono, infatti, ancora termine alle difficoltà quotidiane di tante famiglie”. Già a maggio però la Commissione Europea sottolinea che gli sforzi strutturali fatti dall’Italia per il 2018 “sono pari a zero” e che la crescita nel 2019 si fermerà, mentre l’Istat evidenzia che 4 famiglie su 10 in Italia non hanno un reddito da lavoro e più tardi, a giugno, sforna il dato più rilevante:  così poveri non siamo stati mai, da quasi quindici anni a questa parte, visto che nel 2017 si stimano in povertà assoluta in Italia 1 milione e 778mila famiglie in cui vivono 5 milioni e 58mila individui: rispetto al 2016 la povertà assoluta cresce in termini sia di famiglie sia di individui, e non era così alta dal 2005. In queste condizioni si arriverà, a dicembre, alla ‘battaglia’ con l’Unione Europea. (SEGUE)

INFRASTRUTTURE. Un tragico incidente ferroviario nella tratta ferroviaria tra Pioltello e Segrate, alle porte di Milano, causa il 25 gennaio tre vittime e oltre 100 feriti, spezzando per un po’ il dibattito sulle elezioni e riaprendo quello sulla qualità delle infrastrutture italiane. Il 28 marzo invece due persone muoiono a causa di una esplosione avvenuta intorno alle 14 nel porto industriale di Livorno. Con Roma che a novembre si allaga e che arriva al collasso quando va alle fiamme il Tmb Salario, che gestiva un quarto dei rifiuti della Capitale, emerge con tutta forza il problema delle infrastrutture e del dissesto idrogeologico del nostro Paese. E’ agosto il mese più tragico: il 14 a Genova crolla all’improvviso il viadotto sul fiume Polcevera, che causa 43 vittime e infinite polemiche sulla concessione autostradale; il 21 nel canyon del Pollino, in Calabria, un torrente in piena travolge e uccide 10 escursionisti. Il governo risponde con il decreto Genova, che stanzia fondi per la ricostruzione ma interviene anche sul terremoto di Ischia, con qualche polemica per quello che le opposizioni definiscono un condono mascherato. Nel frattempo divampano le discussioni sul Tap in Puglia e sulla Tav in Piemonte: in entrambi i casi la Lega è favorevole, M5S contraria. Le commissioni di analisi costi-benefici appositamente instaurate decretano il proseguimento dei lavori per l’oleodotto e probabilmente (secondo indiscrezioni di Bloomberg non confermate) la bocciatura dell’Alta Velocità Torino-Lione.

RISCHIO XENOFOBIA. Il 3 febbraio a Macerata Luca Traini, un giovane con simpatie per l’ultradestra, ferisce a colpi di arma da fuoco sei immigrati, e colpisce anche la sede del Partito democratico, in nome di una presunta vendetta per Pamela Mastropietro, brutalmente uccisa pochi giorni prima. Sarà l’inizio di una recrudescenza xenofoba che avrà influenza sulla campagna elettorale e che viene registrata anche da un sondaggio Swg, secondo cui gli anticorpi antinazisti sembrano perdere di vigore, mentre nelle viscere della società, specie nei segmenti sociali più bassi e poveri, le spinte e le simpatie verso quest’ideologia ampliano la propria capacità di presa: il 65% degli italiani ritiene importante combattere il ritorno delle ideologie naziste e fasciste, ma il 27% del Paese lo ritiene poco o per nulla importante (e a questa quota si aggiunge il restante 8% che non ha una propria opinione sul tema). Molti gli episodi, quasi per una sorta di emulazione, che nei mesi centrali dell’anno di intolleranza e presunto razzismo.

DAL 4 MARZO AL 4 GIUGNO. Finalmente il 4 marzo si vota: il Movimento 5 Stelle trionfa con il 32,6 per cento ma corre da solo, il Pd crolla sotto al 20%, la Lega con il 17% supera Forza Italia ma il centrodestra si ferma al 35,5%. Non essendoci nessun partito o coalizione con i numeri sufficienti per governare, inizia un duro lavoro per Mattarella, che incarica alternativamente i nuovi presidente di Camera e Senato (Roberto Fico ed Elisabetta Casellati) di vagliare la possibilità di un accordo di M5S con la Lega o con il Pd. Tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, inizialmente restio a mollare Berlusconi, all’inizio non scocca la scintilla (“considero chiusa ogni trattativa con la Lega”) ma quando il Pd dice no a un confronto con i grillini (con il reggente Maurizio Martina favorevole, ma la segreteria dell’uscente Matteo Renzi contrario e in maggioranza), si consuma il ritorno di fiamma, che scongiura il serio rischio di un immediato ritorno alle urne.  

IL CONTRATTO DI GOVERNO. Mentre il presidente Mattarella ammonisce che “le derive sovraniste sono seducenti, ma inattuabili” e boccia il nome di Paolo Savona all’Economia (al suo posto il più europeista Giovanni Tria), rischiando addirittura una richiesta di impeachment da parte del Movimento 5 Stelle, il matrimonio misto Di Maio-Salvini si celebra ai primi di giugno (ben tre mesi dopo il voto) dopo la firma di un contratto di governo che prevede punti precisi, tratti da entrambi i programmi: flat tax, reddito di cittadinanza, revisione completa dell’atteggiamento sull’immigrazione e la promessa-minaccia di non voler rispettare il vincolo del 3% del debito in manovra. Garante del patto, l’autodefinitosi “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, scelto come premier ‘neutrale’ dai due leader che si riservano il ruolo di vicepremier entrambi, con Di Maio che va anche al Lavoro e allo Sviluppo economico e Salvini agli Interni.  

SICUREZZA E IMMIGRAZIONE. Nel discorso in cui Conte ottiene la fiducia alle Camere, risuona tra le altre cose il passaggio in cui si impegna a “mettere fine al business dei migranti”. Le prime azioni eclatanti del governo, e in particolare di Salvini, sono quelle di chiudere i porti italiani alle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo (già definite ‘taxi del mare’ in tempi non sospetti) ed impedirne il lavoro. Ma ancora più eclatante è il caso della Diciotti, una nave della Guardia Costiera tenuta per giorni prima al largo e poi attraccata al porto di Catania con 177 migranti a bordo, di cui 29 minori. Nel frattempo il Gip di Ragusa ordina il dissequestro della nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms ferma per quasi un mese al porto di Pozzallo dopo il salvataggio in mare di 250 migranti, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, dopo che già il gip di Catania aveva fatto cadere l’accusa di associazione a delinquere. Secondo il gip, “non si ha prova che si sia pervenuti in Libia ad un assetto accettabile di protezione dei migranti soccorsi in mare”. Su sicurezza e immigrazione si arriverà a novembre all’approvazione di una legge che elimina la protezione umanitaria, limitandola a casi particolari, e ridimensiona il sistema di accoglienza Sprar, di cui era diventato esempio massimo il comune di Riace guidato da Mimmo Lucano, posto ai domiciliar per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

LO SCONTRO CON LA UE. Nel frattempo l’altra parte del governo gialloverde, quella pentastellata, insiste sull’eliminazione dei vitalizi per deputati e senatori, si occupa dei rider, emana il decreto dignità che cerca di limitare le assunzioni a termine (non oltre i 24 mesi) e norma la pubblicità sul gioco d’azzardo. E poi, sempre a novembre, vara la legge cosiddetta ‘spazzacorrotti’, che elimina (ma solo a partire dal 2020, su richiesta della Lega) la prescrizione per tutti dopo la sentenza di primo grado, oltre a introdurre il ‘daspo’ per i reati nella pubblica amministrazione. Con la fine dell’anno poi arriva il periodo caldo della manovra: il governo sforna una legge di bilancio che vale 37 miliardi e che tocca il 2,4% di rapporto deficit/Pil. Troppo per l’Unione Europea, che boccia e rimanda al mittente con la minaccia di apertura di procedura di infrazione. Dopo settimane di intense e tese trattative, il 20 dicembre si trova la quadra con la Ue: il rapporto cala a 2,04%, l’Europa accetta. Rimangono nel testo il reddito di cittadinanza (7 miliardi di euro) e la riforma delle pensioni con quota 100, ma partiranno da aprile, consentendo al governo di risparmiare qualche miliardo di euro. Molto discussa anche l’ecotassa, che inizialmente destinata anche alle utilitarie viene ristretta ai veicoli più inquinanti. Un provvedimento che ha provocato la forte ostilità di Fca, ormai guidata Michael Manley in un anno che sarà ricordato per la scomparsa del manager dei due mondi, Sergio Marchionne, il dirigente che cambiò la pelle alla Fiat acquisendo la Chrysler, scomparso in una clinica di Zurigo il 25 luglio 2018 a causa di una grave malattia. (Sis – 24 dic)

 

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