(14 gennaio 2019) Salvini e Di Maio – ma non solo loro – li chiamano con disprezzo euroburocrati, anche se in realtà il presidente della Commissione europea e i singoli commissari sono politici a tuti gli effetti, che spesso hanno ricoperto posizioni importanti nei governi dei loro paesi e hanno conquistato il consenso in campagne e secondo sistemi elettorali che nella maggior parte dei casi garantiscono un legame con i cittadini ben più stretto di quello esistente in Italia. La nomina dei commissari non avviene sulla base di un oscuro negoziato tra partiti, come accade per la scelta dei ministri da noi, ma a seguito di una procedura trasparente che coinvolge governi nazionali e istituzioni comunitarie. I designati si sottopongono al vaglio del Parlamento europeo, che giudica le qualità personali e i programmi di ciascuno. Quanto ai burocrati veri e propri, cioè alla struttura amministrativa, occorre sapere che gli impiegati della commissione europea che sovrintende agli affari comuni di 500 milioni di persone, sono meno dei dipendenti del Comune di Roma e delle sue municipalizzate. Poiché queste cose normalmente nessuno le dice, diamo il benvenuto ad Europea, iniziativa lanciata da un gruppo di istituti di ricerca che si propone di accompagnare il dibattito pubblico dei prossimi mesi fornendo informazioni puntuali e indipendenti sulle tematiche che dovrebbero essere al centro delle elezioni di maggio. I promotori sono lo Iai, l’Ispi, il Centro Studi sul Federalismo, il Cesi, Ecfr Italia, Villa Vigoni e Formiche. Lo strumento saranno il sito internet europeainfo.eu e le sue declinazioni Twitter e Facebook. Partecipare a un dibattito informato sui temi europei significa anche liberarsi da qualche ossessione e scoprire, ad esempio, che quest’anno ci sono 15 paesi europei che, in rapporto alla popolazione, hanno ricevuto più domande di protezione internazionale dell’Italia, che ne ha ricevute 44 mila contro le 143 mila della Germania, le 85 mila della Francia, le 47 mila della Grecia eccetera.