Roma, 22 gen – Quanti di noi hanno un amico, un parente, un conoscente, un contatto di lavoro in città come Modena, Agrigento, Bolzano, Ancona, Salerno o Como? Città grandi, abitate da circa quarantamila persone. E se un giorno questi nostri contatti si interrompessero, se queste quarantamila persone scomparissero tutte nel nulla? (Secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, dal 2000 a oggi quarantamila persone in carne ossa sono scomparse nel Mediterraneo nel tentativo di arrivare in Europa. Sono i migranti che dai paesi poveri o in guerra abbandonano la propria terra per cercare un futuro migliore (o anche solo un futuro). Attorno a ciascuna di queste persone ruotava un intero mondo, amici, parenti, relazioni… la vita). E cosa fa chi li aspettava e cerca notizie? Spesso si rivolge a Cristina Cattaneo, docente di Medicina legale all’Università degli studi di Milano e direttrice del Labonof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense, che dal 2013 lavora alla catalogazione dei reperti dei migranti morti nel Mediterraneo. Migliaia di persone si rivolgono a lei per sapere se l’amico, il parente, il conoscente sia morto nella traversata. Cattaneo analizza ossa, vestiti ed effetti personali per ricostruire le identità degli sfortunati. E a una parte di essi è riuscita a dare nome e provenienza, salvandoli almeno dall’oblio e restituendo a chi li cerca almeno la certezza di poterli piangere. L’antropologa piemontese racconta questa sua esperienza nel libro “Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime” (Cortina Raffaello, 2018, 198 pagine, 14,00 euro). (SEGUE)