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Le parole per dirlo: l’Inferno di Dante per testimoniare l’esperienza dei Lager

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24 Gennaio 2019
in Archivio - La Rubrica, La Rubrica
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(24 gennaio 2019) Bolge, diavoli, demoni, gironi infernali, l’eterno dolore e la perduta gente. Sono queste alcune delle parole e delle espressioni dantesche che ricorrono nelle descrizioni dei Lager nazisti rese dai sopravvissuti: il Lager è un inferno in terra che i testimoni sono riusciti a raccontare facendo in molti casi ricorso al lessico dantesco. L’imperativo categorico del ‘dovere della testimonianza’ ha così trovato la via attraverso la Commedia di Dante, che ha fornito alle vittime il vocabolario attraverso il quale dare un nome a eventi e a realtà altrimenti indicibili. Sono proprio queste “parole per dirlo” al centro della ricerca di Marina Riccucci, docente di Letteratura italiana dell’Università di Pisa, che sul tema sta lavorando da circa due anni e che entro il 2019 pubblicherà almeno tre lavori, uno dei quali insieme all’allieva Sara Calderini sulla rivista “Italianistica”.

Lo studio prende in considerazione fonti non letterarie, cioè diari, lettere e racconti orali di chi ha vissuto il campo di sterminio, un patrimonio molto vasto di cui fanno parte, per esempio, “Un mondo fuori dal mondo”, l’indagine dell’istituto DOXA condotta nel 1971 tra gli ex-deportati italiani nei vari capi di sterminio, ma anche alcune interviste, realizzate ad hoc da Riccucci, alla Senatrice Liliana Segre, a Mauro Betti, dissidente politico internato in vari campi scomparso purtroppo l’anno scorso, e a Goti Bauer, la donna italiana più anziana ancora in vita sopravvissuta ad Auschwitz.

“In tutti i casi – dice Marina Riccucci – a colpire è l’enorme difficoltà che i testimoni hanno nel raccontare e la frase che usano di più è ‘non ci sono parole per dirlo’: nello stesso tempo, però, quando queste persone arrivano a dare un nome e un volto a ciò che hanno visto e subìto, viene loro spontaneo, quasi in virtù di un automatismo, ricorrere all’immaginario infernale dantesco, indipendentemente dal loro livello di istruzione; perché si attinge a Dante come a un patrimonio linguistico collettivo, senza ambizioni letterarie, in nome dell’urgenza di trovare un codice, le parole, appunto”.

Per i sopravvissuti, insomma, in molti casi il campo di concentramento è come l’oltretomba dantesco e per questo quando se ne riferisce, lo si fa rimandando alle immagini che Dante ha creato, con le parole che il poeta della Commedia ha usato.

Accade spesso che per descrivere l’arrivo nel Lager i testimoni prendano in prestito le parole del terzo canto dell’Inferno, quelli che recitano “Lasciate ogni speranza o voi che entrate / … / Per me si va nella città dolente, / per me si va ne l’etterno dolore, /per me si va tra la perduta gente”. Non solo: sembra che abbiano bisogno di ripetere spesso termini come ‘bolgia’ e ‘Malebolge’, o espressioni come ‘voci alte e fioche’, come ‘pianti e altri guai’, come, ancora, ‘girone infernale’, e quando parlano del momento della liberazione dicono di essere tornati ‘a riveder le stelle’. In loro non c’è nessun intento di citare o di esibire una cultura letteraria. Per i salvati c’è, incombente sempre, il bisogno di trovare le parole per descrivere l’inaudito.

“I campi di concentramenti ritornano nelle parole dei testimoni come la realizzazione concreta di una fantasia malvagia e perversa, quella di cui Dante ci ha offerto, appunto, il migliore e il più rappresentativo esempio – conclude Marina Riccucci – solo che la giustizia divina che caratterizza il poema dantesco è letteralmente capovolta: nei Lager, infatti, a essere torturate e uccise furono vittime innocenti dei colpevoli aguzzini. Non dimentichiamo mai che quello che i sopravvissuti hanno conosciuto e subìto è un regno dei vivi con carnefici e dannati, in cui milioni di persone si sono trovate a essere dannate senza avere commesso alcuna colpa. È questo che dobbiamo ricordare: perché nessuno dimentichi, perché niente di così atroce si ripeta mai più”.

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