Roma, 28 gen – Mattarella, che entra ora nel quinto anno d’incarico, “non fa eccezione” nella storia di quel “darwinismo istituzionale che ha visto gli ultimi inquilini del Colle cambiare pelle dopo un esordio magari dimesso e diventare, loro malgrado, interventisti”. Lo scrive Maurizio Breda sul Corriere della Sera, in un articolo dal titolo “La metamorfosi del presidente”, secondo cui “è un dato oggettivo che il 2018 abbia rappresentato una svolta decisiva per questo Quirinale. Un cambio di passo al quale Mattarella ‘si è rassegnato’, dicono coloro che gli stanno vicino. Il mutamento scatta dopo il voto del 4 marzo, quando il risultato delle urne gli impone di fronteggiare una stagione inedita. Evaporata la maggioranza che lo aveva eletto, composta da partiti collaudati da una lunga esperienza politica, deve fronteggiare un campo di forze populiste e sovraniste che esprimono proposte drogate dall’azzardo e contraddittorie oltre che, specie per i 5 Stelle, con lacune d’esperienza da colmare. E cosa che lo schivo e laconico giurista i cui ascendenti sono Sturzo, De Gasperi, Moro e il fratello Piersanti (cresciuto quindi nella cultura della complessità) è costretto a farsi più forte e giustifica la trasformazione, collocandola nella logica dei poteri ‘a fisarmonica’ assegnati ai presidenti”. Breda ricorda, di quei giorni, il richiamo di Mattarella ad Einaudi e Gronchi, “predecessori di una Repubblica nascente”, ed il suo aver posto come essenziali i vincoli finanziari. il suo no a Savona, l’annuncio dell’incarico all’economista Carlo Cottarell, laddove “si è capito che Mattarella era ben altro che un’autorità disarmata. E che dietro la sua icona di mitezza c’era la determinazione di un esperto ‘traghettatore’ deciso a provarle tutte e in cui avere fiducia. Lo hanno compreso la politica e i cittadini, che non per nulla da allora gli confermano larghi consensi. Quando fu eletto erano consensi sulla fiducia, adesso significano che ha corrisposto alle aspettative. Esempi: il lungo applauso che l’ha accolto alla Scala di Milano il 7 dicembre e l’approvazione ottenuta dal suo messaggio di Capodanno sui ‘buoni sentimenti’. Perfino il guru dei 5 Stelle Beppe Grillo, che aveva brutalmente recriminato sui ‘troppi poteri’ di chi sta al Quirinale, dimenticando che sono poteri di garanzia, da un po’ tace. Come sarà il suo futuro da presidente? II suo soft power rientrerà nella silenziosa e poco attiva ortodossia? Difficile, perché lo aspettano due transizioni costituzionali complicate, che gli alleati di governo inseguono e sulle quali dovrà vigilare: la democrazia diretta e il federalismo differenziato”. (red)