Roma, 4 feb – I quattro pianeti del sistema Kepler-107 erano già stati scoperti dal telescopio della NASA Kepler grazie all’osservazione dei loro transiti, ovvero delle diminuzioni di luce stellare durante il passaggio dei pianeti davanti alla stella, il che dà anche un’informazione sulla dimensione dei pianeti stessi. Per determinare le loro masse e dunque le loro densità, il team di ricercatori ha osservato la stella per quasi tre anni con lo spettrografo HARPS-N al Telescopio Nazionale Galileo alle isole Canarie, ottenendo oltre un centinaio di misure spettroscopiche di velocità radiale. “È stato un grosso sforzo osservativo che ci ha condotto ad un’importante scoperta – commenta Mario Damasso, anch’egli dell’INAF di Torino, che ha contribuito all’analisi dei dati. Nel determinare i parametri planetari ci ha anche aiutato il fatto che la stella è poco attiva dal punto di vista magnetico”.
“Con questa scoperta abbiamo aggiunto un altro tassello nella comprensione dell’origine della straordinaria diversità in composizione degli esopianeti di piccola dimensione” conclude Alessandro Sozzetti, anch’egli ricercatore INAF e coautore dell’articolo. “Avevamo già evidenze che il forte irraggiamento della stella contribuisse a tale diversità portando all’erosione parziale o totale delle atmosfere dei pianeti più caldi. Tuttavia, anche collisioni stocastiche fra protopianeti giocano certamente un ruolo, producendo variazioni anche drastiche della composizione interna di un esopianeta, come pensiamo sia avvenuto per Kepler-107c”.
Lo studio è stato pubblicato oggi sulla rivista Nature Astronomy nell’articolo “A giant impact as the likely origin of different twins in the Kepler-107 exoplanet system” di Aldo S. Bonomo et al. Tra gli autori, oltre Mario Damasso ed Alessandro Sozzetti, ci sono anche i ricercatori INAF Luca Malavolta, Enrico Corsaro, Laura Affer, Giusi Micela, Emilio Molinari, Valerio Nascimbeni, Giampaolo Piotto ed Ennio Poretti, oltre a Rosario Cosentino e Aldo F. M. Fiorenzano del TNG. Fra gli istituti stranieri maggiormente coinvolti si segnalano the Harvard Origins of Life Initiative del Dipartimento di Scienze planetarie e della Terra di Harvard (Li Zeng), l’Università di Bristol (Zoë M. Leinhardt e Thomas Denman), l’Università di Aarhus (Anders B. Justesen, Mikkel N. Lund e Victor Silva Aguirre) e il NASA Goddard Space Flight Center (E. Lopez). (BIG ITALY / red)