Il nodo del regionalismo differenziato è giunto al pettine ed è diventato forse – insieme e ancora più dello scontro sulla TAV – il principale terreno di verifica della stabilità del governo Conte. Ancora una volta la politica scolastica, con la sua elevata carica simbolica ed identitaria, costituisce la cartina al tornasole della omogeneità e della forza di una coalizione, come lo fu, per fare l’esempio più significativo, al tempo del varo della riforma della scuola media unica (1962), che aprì un’intera fase politica, quella di governi di centro-sinistra. Se ne occupa il numero speciale della newsletter “TuttoscuolaFocus” in cui si sostiene che almeno un quinto del personale totale della scuola (che conta un milione di persone) potrebbe passare alle tre regioni del Nord che chiedono maggiore Autonomia. Se verrà confermato un aumento di stipendio di 400 euro mensili di cui si parla, è facile prevedere che nei prossimi anni vi sarà un esodo di massa dallo Stato alle Regioni di dirigenti scolastici, docenti e personale ATA. Tuttoscuola ha stimato nello studio uscito oggi che complessivamente potrebbero chiedere di lasciare lo Stato per diventare dipendenti regionali circa 225 mila persone, pari al 22% dell’intero personale scolastico statale. Dopo la conclusione del concorso in atto, i dirigenti scolastici della Lombardia dovrebbero essere 1.129 e 572 quelli del Veneto, per un totale di circa 1.700 unità. I docenti (di ruolo e non) su posto comune per tutti gli ordini di scuola dovrebbero essere 94.846 in Lombardia e 48.117 in Veneto, per un totale di circa 143.000 unità. A questi docenti si dovrebbero aggiungere quelli di sostegno (di ruolo e non): 22.768 in Lombardia e 9.346 nel Veneto per complessive 32.100 unità (destinate ad aumentare in futuro). Vanno anche considerati i docenti di religione cattolica (di ruolo e incaricati) che attualmente sono circa 3.600 in Lombardia e 1.926 in Veneto per un totale di 5.500 unità. Va considerato anche il personale ATA, a cominciare dai DSGA che, per effetto del concorso in atto, dovrebbero essere circa 1.132 in Lombardia e 579 in Veneto, per un totale di circa 1.700 unità. Infine, il restante personale ATA dovrebbe essere di circa 28 mila unità in Lombardia e di 14.700 in Veneto per un totale di circa 42.700 unità. Complessivamente potrebbero chiedere di lasciare lo Stato per diventare dipendenti regionali circa 226.700 persone tra dirigenti scolastici, docenti e personale ATA, pari al 22% dell’intero personale scolastico statale (quantificato oggi in un milione e 33 mila unità): non meno di un dipendente scolastico su cinque potrebbe lasciare lo Stato. In base alla riforma Lombardia e Veneto potranno quindi emanare autonomamente propri bandi per il reclutamento del personale scolastico, e assumere direttamente i loro insegnanti. Conseguentemente – si legge nello studio di Tuttoscuola – riceverebbero dal Ministero dell’istruzione tutte le risorse finanziarie che servono a tale scopo, comprese quelle per la retribuzione del personale. Veneto e Lombardia avrebbero insomma insegnanti “locali”, dipendenti delle Regioni e non dello Stato. Quali gli effetti? La loro regionalizzazione impedirà con tutta probabilità di avvalersi della mobilità prevista per il personale scolastico statale, vanificando forse la possibilità di trasferirsi fuori regione, soprattutto verso il Sud, meta oggi ambita dei trasferimenti annuali. Potrebbe essere proprio questo l’obiettivo reale ma non dichiarato della riforma autonomistica: eliminare l’arrivo di docenti meridionali con la valigia in mano per il ritorno a casa. Una certa quota sarà riservata a docenti provenienti da altre Regioni. Ma per restare. Il processo sarà però graduale e sono comunque previsti dei paracadute: ad esempio, soltanto i neoassunti diventeranno automaticamente dipendenti regionali, mentre i titolari attuali dovranno avanzare apposita richiesta per diventare dipendenti regionali. I nuovi insegnanti regionali potranno avere un contratto integrativo rispetto a quello nazionale e probabilmente anche uno stipendio maggiore (le prime stime parlano di un incentivo al trasferimento di circa 400 euro al mese in più). Sarebbero immediatamente regionalizzati i neo assunti (concorsi regionali) e il personale con contratto a tempo determinato. Il restante personale potrà volontariamente chiedere di passare dallo Stato alla Regione. Intanto il mondo della scuola statale italiana si schiera contro le proposte di regionalizzazione dell’istruzione, chiedendo di sottoscrivere un manifesto unitario contro, utilizzando questo indirizzo di posta elettronica: restiamouniti1@gmail.com. L’iniziativa unitaria è stata assunta, per il mondo sindacale, da Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Gilda Unams, Snals Confsal, Cobas, Unicobas Scuola e Università, e per le associazioni, da Associazione Nazionale Scuola per la Repubblica, Aimc, Cidi, Mce, Uciim, Irase, Irsef Irfed, Proteo Fare Sapere, Associazione Docenti Art. 33, Cesp, Associazione Unicorno-L’altra Scuola, Link, Lip scuola, Manifesto dei 500. Anche il mondo studentesco aderisce all’iniziativa con la Rete degli studenti medi, Rete della conoscenza, Unione degli Studenti, Uds, Udu. (18 feb – red)