Roma, 25 feb – “Comunque, c’è un aumento di 4 punti percentuali di chi va fuori, dal 14,7 del 2010 al 18,8%, è un trend in crescita”, prosegue Monducci sottolineando che “in una situazione in cui il mercato del lavoro italiano ha recuperato c’è stato un aumento dell’incidenza delle uscite”. Un aumento che ci si dovrebbe aspettare “in periodi recessivi, quando non c’è domanda, ma il fatto che è aumentata l’incidenza di chi va fuori in una situazione di forte recupero del mercato del lavoro vuol dire che non c’è domanda qualificata”, conclude il Direttore del Dipartimento per la produzione statistica dell’Istat. A influenzare la scelta dei dottori di ricerca di trasferirsi in un paese diverso contribuiscono in maniera congiunta numerosi fattori di natura spesso diversa, come ad esempio le caratteristiche demografiche (età, sesso, cittadinanza), o la specificità del percorso di studi effettuato o piuttosto eventuali precedenti esperienze di mobilità che possono aver contribuito alla creazione di legami con il mondo produttivo o della ricerca all’estero. Secondo Massimo Ungaro, deputato del Pd eletto all’estero, il Rapporto “descrive chiaramente come la mancanza di opportunità lavorative adeguate così come l’assenza di meritocrazia comportino la decisione di migrare all’estero”. “Se un’emigrazione circolare può essere un’occasione formativa, l’abbandono del nostro Paese è una perdita di futuro per tutti. Il Governo – conclude Ungaro – abbandoni la campagna elettorale permanente e si impegni per creare nuovo lavoro e combattere per un mercato del lavoro giusto e meroticratico”. (Sip)