Roma, 5 apr – L’assistenza pediatrica dovrebbe dunque essere organizzata a dimensione di bambino, prendendo ad esempio realtà come quelle dell’hospice di Padova che si presenta come un ospedale liquido diffuso in tutto il Veneto e che gestisce oltre 160 bambini gravemente ammalati direttamente a casa loro. Anzitutto le Regioni dovrebbero individuare uno o più Centri di riferimento, attivando una Rete regionale specificamente dedicata al paziente pediatrico, prediligendo questo modello a quello dell’ospedalizzazione domiciliare che è territorialmente limitato e più costoso. In questo modo si garantirebbe anche la continuità delle cure, da attivare preferibilmente prima delle dimissioni. Ma soprattutto vanno aumentate le risorse: sono bastate programmazioni limitate negli anni e nei finanziamenti (anche 3-400 mila euro l’anno) per far funzionare il sistema in alcune Regioni. L’altro fronte d’intervento è sul personale: oggi le cure palliative pediatriche vengono affidate per lo più a specialisti che si occupano degli adulti, e invece andrebbero adeguatamente riconosciute e utilizzate le competenze specifiche attraverso la creazione di equipe di personale dedicato che non insista su una sola struttura. Anche in ambito accademico vanno individuati percorsi adeguati, con la previsione di una disciplina e di una scuola di specializzazione in cure palliative, come avviene in altri Paesi europei. Nell’attesa, si potrebbe utilizzare la figura del professor in practice, anche questo molto presente in Europa e poco in Italia, ossia di un medico esperto che trasmette le proprie conoscenze agli studenti. (Bep)