Roma, 15 apr – Contestualmente però a una politica generale dell’abbattimento del cuneo fiscale, per Confapi “occorre rendere strutturale la detassazione degli aumenti retributivi definiti a livello di contrattazione nazionale. Il gettito annuale dell’Inps non subirebbe variazioni rispetto agli anni precedenti, gli aumenti andrebbero direttamente nelle tasche dei lavoratori, crescerebbero i consumi, la domanda interna e quindi il Pil”. Sull’Imu, “condividiamo l’intervento, contenuto nel Decreto crescita, con il quale si prevede un graduale aumento della deducibilità dell’imposta. Un altro intervento dovrebbe prevedere un’esenzione parziale dall’imposta per quei capannoni industriali che, a seguito di un ridimensionamento dell’attività d’impresa, non vengono più utilizzati nell’esercizio corrente”. Per quanto riguarda le infrastrutture, per Confapi sono prioritarie la l’alta velocità, il Terzo Valico, la Pedemontana Lombarda e piemontese, i porti e la banda ultralarga. Quanto ai settori da sostenere, “l’edilizia è fondamentale e strategica per il rilancio di qualunque economia immobiliare di un Paese: il decreto sblocca cantieri deve essere improntato alla semplificazione e allo snellimento burocratico delle procedure nonché alla partecipazione delle Pmi e deve prevedere misure ed interventi volti a rilanciare la fase di stallo delle opere pubbliche”. Confapi ritiene urgente la semplificazione burocratica, a partire dal Codice Appalti. Il costo della burocrazia pesa sulle casse delle Pmi circa 30 miliardi di euro ogni anno e oltre a ingessare la nostra economia, ci penalizza in termini di competitività. Nel rapporto internazionale che misura la “facilità” del sistema fiscale, l’Italia si classifica ultima in Europa e 141ª nel mondo. In Italia un imprenditore medio effettua in un anno 15 versamenti al fisco, 6 in più di un suo collega tedesco, 7 in più di un inglese, di uno spagnolo o di un francese e 9 in più di uno svedese. Infine, Confapi ha già sottolineato come l’entrata in vigore del nuovo codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza rischia di avere un effetto dirompente sulle pmi, soprattutto su quelle meno strutturate. Infatti, la norma inasprisce i requisiti per l’obbligo di dotazione di un organo di controllo esterno e determina l’ennesima estensione di responsabilità nei confronti degli organi societari dell’impresa, in funzione di un non meglio definito momento della vita aziendale, gravando l’azienda di ulteriori oneri relativi all’adozione di appositi modelli e organi di controllo. (red)