Roma, 8 ago – Scegliere la coppia allunga la vita. È quanto sostiene una recente ricerca pubblicata in Francia dall’Insee, l’Istituto nazionale di statistica e studi economici, che istituisce una correlazione fra durata della vita e “scelte” sentimentali. La scienza, evidentemente, non si interroga sulla possibilità che una vita da single, spesso ambita in segreto proprio dai coniugati, sia qualitativamente migliore, ma dà risposte chiare sull’aspetto quantitativo. La presenza di un partner allungherebbe la vita, insomma. Secondo lo studio curato da Rachid Bouhia, della divisione Inchieste e Studi Demografici dell’Insee, e ripreso oggi anche dal quotidiano francese “Le Monde”, ad una data età, le persone che vivono in coppia rischiano di morire meno delle persone che vivono sole. Tra i 40 e i 50 anni, in particolare, il tasso di mortalità delle persone sole è due o tre volte più elevato rispetto agli altri. Lo scarto si riduce solo con l’avanzare dell’età. Per gli uomini, questa ipermortalità è più marcata e persiste dopo gli 80 anni. Gli uomini soli da 80 a 90 anni hanno così una probabilità annuale media di decessi del 100% contro l’88% per coloro che vivono in coppia. Tra le donne, l’ipermortalità tocca soprattutto le separate molto avanti con l’età. Tra 80 e 90 anni, il loro tasso di decessi annuo si innalza fino al 54% contro 50% per coloro che rimangono in coppia. Tra coloro che vivono soli si distinguono quelle che non hanno mai vissuto in coppia. Il loro caso, in effetti, sembra fare eccezione rispetto agli altri casi di persone prive di partner, soprattutto a partire da una certa età: tra quelli che hanno superato gli 80 anni, soprattutto fra gli uomini, il tasso di mortalità di chi ha vissuto un’intera vita da single è addirittura minore di chi vive in coppia. Come dire che se si è talmente forti da arrivare ad 80 anni nella propria beata solitudo si deve necessariamente essere più resistenti degli altri. Per chi ha subito una separazione o il decesso di un congiunto, invece, l’ipermortalità è dovuta soprattutto ad un effetto choc causato dal cambiamento dello stile di vita. Tale sconvolgimento è leggermente più elevato per gli uomini che per le donne, soprattutto per i più giovani (40/70 anni). Fra l’altro, poiché gli uomini fondano nuove coppie più spesso delle donne, è probabile che coloro che restano soli siano gli individui meno resistenti e quindi più soggetti ad una mortalità “forte”. L’effetto delle separazioni sul tasso di mortalità diminuisce invece nelle categorie sociali più alte, dove il tasso di mortalità è comunque più basso. Tra gli uomini, i separati fra gli impiegati e operai non diplomati hanno un rischio di morire 2,1 volte in più rispetto ai quadri e alle professioni intellettuali superiori nella stessa situazione coniugale. Tra le donne, differenze sociali di questo tipo sono meno marcate. Tra coloro che hanno perso il loro ultimo congiunto, invece, le differenze socio-professionali non influiscono molto sul tasso di mortalità come avviene invece per i casi di separazione. Il che vuol dire che una migliore posizione sociale può forse attenuare il dolore di una separazione, mentre di fronte alla morte di una persona cara torniamo ad essere tutti uguali, senza distinzioni di censo. Sia fra gli uomini che fra le donne, inoltre, il rischio di decesso sembra diminuire con la presenza di due figli ed aumentare nel caso vi siano meno o più di due bambini, con una caratteristica curva ad U nel grafico del tasso di mortalità. Come dire che se la vita di coppia è l’elisir di lunga vita, la presenza di due pargoletti riesce addirittura a potenziarne l’effetto.