Roma, 9 nov – D’Angelo, Corradini, Panerati: nomi in patria sconosciuti ai più ma forse da oggi presenti almeno per un po’ negli incubi degli appassionati americani di baseball. Uno sport che, semplicemente, “è” l’America. Eppure, talvolta, capita che anche i giganti cadano nella polvere. Ecco allora che la nazionale italiana di baseball può andare a vincere contro i mostri sacri statunitensi, come è accaduto a Taiwan, dove ai mondiali la rappresentativa azzurra guidata da Marco Mazzieri ha vinto per 6-2 proprio contro gli Usa. Non accadeva dal mondiale olandese del 1986. Allora, però, si trattava di una squadra di promettenti universitari, mentre stavolta nelle file degli americani c’erano lanciatori come Blevins e Gronkiewicz, con esperienza nella Major League. Di fronte ai maestri della disciplina, quindi, i vari Santora, Cillo, Di Roma, Ferrari e Maestri finiscono per interpretare il ruolo del Pak Doo Ik di turno. Già, Pak Doo Ik. Il “dentista coreano” per antonomasia, incubo di tutti i tifosi di calcio azzurri che il 19 luglio 1966 a Middlesbourgh, nell’ultima partita degli ottavi di finale dei mondiali inglesi, realizzò il gol che eliminò l’Italia, accolta poi in patria con i pomodori. Nel 2002, inoltre, il “dentista coreano” (ma c’è chi dice che fosse un professore di educazione fisica) si rifà vivo reincarnato nel perugino Ahn che, con il concorso di colpa dell’arbitro Byron Moreno, sbatte ancora una volta gli azzurri fuori dai mondiali di Corea e Giappone. In uno sport tendenzialmente anarchico e fuori dagli schemi come il calcio, del resto, non è inusuale che i superfavoriti incappino in clamorose figuracce. Ai campionati europei è ad esempio accaduto che la cenerentola Danimarca, ripescata in extremis per la crisi nel Balcani che fece fuori la Jugoslavia, abbia umiliato la blasonata Germania nel 1992 e, ancor più sorprendentemente, che il Portogallo infarcito di raffinati palleggiatori come Figo e Rui Costa sia stato battuto in casa dalla Grecia operaia nell’ultima edizione. Qualche figuraccia di troppo, negli ultimi tempi, l’ha rimediata anche la nazionale statunitense di basket. Divenuto per antonomasia “dream team” (squadra dei sogni) dopo gli sfavillanti successi di Jordan, Barkley, Bird, Johnson e soci alle Olimpiadi di Barcellona, la nazionale a stelle e strisce non sempre si è dimostrata all’altezza della fama. Ai Giochi di Sydney 2000, ad esempio, gli statunitensi sfiorano la sconfitta contro la Lituania, mentre ai campionati del mondo del 2002 ottengono un imbarazzante sesto posto. Il 3 agosto 2004, a Colonia, nel corso di un torneo preolimpico, a battere gli Usa è invece l’Italia, con il punteggio di 95-78. In patria la stampa non la prende bene, battezzando la selezione “nightmare team” (squadra da incubo). Ad Atene 2004 i fuoriclasse “stars and stripes” si posizionano al terzo posto, dietro a Argentina ed Italia, con un record di 5 vittorie e 3 sconfitte. Altri mostri sacri, se possibile ancor più leggendari dei cestisti americani, sono invece gli All Blacks, ovvero la selezione neozelandese di rugby. Semplicemente un mito per ogni appassionato di questo sport, pur non esente da cadute rovinose. E’ accaduto ad esempio agli ultimi mondiali, dove gli uomini di Graham Henry, dati per strafavoriti alla vigilia, sono stati buttati fuori dai francesi padroni di casa. Una sconfitta che ha avuto effetti psicologici devastanti, difficilmente immaginabili alle nostre latitudini. Lo psicoterapeuta Gordon Hewitt ha addirittura analizzato nel dettaglio la delusione popolare diffusa nella società neozelandese, vedendovi il residuo di un comportamento tribale. Un choc talmente forte che il Dominion Post, quotidiano di Wellington, sentì il bisogno di suggerire ai lettori 10 motivi per continuare a sorridere dopo la disfatta. Vale la pena rileggerli: “Il nuovo taglio di capelli di Richie McCaw ha funzionato alla grande; la Francia ha vinto solo di 2 punti; solo una persona ha perso 5 milioni di dollari australiani scommettendo su di noi; la Francia potrebbe ancora perdere la finale; potevamo perdere contro la Georgia; quello che non ci uccide, ci rende più forti; se non fosse stato per l’arbitro, le cose sarebbero andate diversamente; potete bere la vostra birra a Capodanno; la Francia non ha mai vinto un Oscar per il miglior film”.
(Asc)