Roma, 29 nov – Un tempo era la generazione dei “giovani, carini e disoccupati”. Poi sono arrivati i “giovani, carini e subordinati”. Sono quasi 3,5 milioni – ovvero il 15,3% degli occupati – gli individui coinvolti in forme di lavoro atipiche, che includono i dipendenti a termine, compresi gli apprendisti e i parasubordinati. A questa atipicità base va aggiunta la quota di part-time involontari, pari 2,6% dell’occupazione. L’Isfol, Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, ha reso nota un’indagine dal titolo “Il lavoro atipico tra forma e sostanza” che fotografa le forme del lavoro atipico nell’attuale mondo del lavoro. L’indagine, realizzata su indirizzo della Direzione generale Mercato del lavoro del ministero del Lavoro con il contributo del Fondo sociale europeo, si basa su un campione di oltre 40.000 individui. Dalle interviste emerge che il lavoro dipendente a termine complessivamente rappresenta poco meno del 10% dell’occupazione, di cui quasi la metà è costituita dai contratti a tempo determinato. L’altra metà si divide tra apprendistato, contratto d’inserimento, contratti di formazione lavoro e lavoro intermittente. Leggermente inferiore l’incidenza del lavoro interinale e degli stage (retribuiti). Trascurabile invece l’uso del job sharing. L’incidenza di quasi tutte le forme contrattuali a termine triplica tra i giovani. Il contratto a tempo indeterminato è visto come un miraggio da quasi i tre quarti dei lavoratori “a scadenza”. Solo il 28% degli intervistati infatti ritiene che l’attuale contratto a termine sia il preludio a un trasformazione in un contratto a tempo indeterminato. La ricerca si basa su nuovi indicatori che tengono conto del cosiddetto “falso positivo”, le posizioni di chi formalmente appartiene a un aggregato lavorativo, ma sostanzialmente svolge un’attività in maniera difforme da quanto previsto dall’istituto contrattuale usato. Tra le caratteristiche di questi contratti ne sono state individuate alcune, definibili come vincoli di subordinazione, che consentono la valutazione della natura subordinata del rapporto di lavoro. Ecco i dati registrati dall’Isfol: il contratto è stato imposto al 65% dei co.co.co., al 55% delle collaborazioni occasionali, all’81% dei co.co.pro. e al 7% delle partite Iva. Il datore di lavoro esclusivo (la monocommittenza) riguarda quasi l’80% dei collaboratori, più della metà delle partite Iva. La presenza è un vincolo stringente per sei co.co.co. su 10, mentre è richiesto a 7 collaboratori occasionali, o co.co.pro., su 10. Anche 20 lavoratori a partita Iva ogni 100 devono attenersi ad un orario giornaliero. Oltre il 60% dei co.co.co. e co.co.pro. ha già lavorato una volta con l’attuale committente, più del 50% dei collaboratori occasionali e oltre un terzo delle partite Iva. Quanti vorrebbero diventare dipendenti a tempo indeterminato? Il 79% dei co.co.pro., il 73% dei co.co.co., il 58% dei collaboratori occasionali e il 24% delle partite Iva non vorrebbe rimanere nell’attuale forma contrattuale, ma ritiene più congrua una occupazione dipendente permanente. “Pertanto – spiega l’Isfol – attraverso la verifica della reale natura della occupazione, quando sono presenti 4, 5 o 6 fattori di subordinazione, si ritiene plausibile considerare questi autonomi come parasubordinati (pari a circa il 5,6%)”. Un altro esempio di possibile “falso positivo”, precisa l’Isfol, è il caso del part-time, che potrebbe essere sia una condizione volontaria (e pertanto potrebbe costituire uno strumento di conciliazione tra vita lavorativa e familiare) sia non volontaria (e come tale potrebbe celare una condizione di sottooccupazione). Dall’indagine Isfol PLUS emerge al riguardo che solo il 50% degli uomini dichiara volontario il proprio part-time, incidenza che passa al 70% per le donne.