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MORO, STRAGE DI VIA FANI: “L’11 SETTEMBRE” DI INTERE GENERAZIONI

it@withub.it by it@withub.it
14 Marzo 2008
in In evidenza top news
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Roma, 14 mar – Come l’11 settembre. La prima volta, per intere generazioni, in cui lo Stato viene attaccato in un modo così clamoroso, inaspettato e drammatico. Come per l’11 settembre, tutti ricordano come, dove e quando vennero a sapere del rapimento di Aldo Moro e dell’omicidio dei cinque uomini che componevano la sua scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Come per l’11 settembre, la memoria, divisa sulle interpretazioni e “minata” da teorie cospirative più o meno accreditate, si ricongiunge al momento di ricordare la drammaticità dell’evento. Sono da poco trascorse le 9 del mattino del 16 marzo 1978 quando, come un elettrochoc, la notizia della strage di via Fani e del sequestro del presidente della Dc raggiunge ogni angolo del Paese: l’Italia è al lavoro, sui banchi di scuola, negli uffici, nelle fabbriche e nelle botteghe. Le attività della vita quotidiana vengono interrotte bruscamente: a Roma i negozi abbassano le saracinesche, in tutto il Paese gli studenti escono dalle aule scolastiche, quelli più grandi per manifestare contro il terrorismo, i più piccoli perché i genitori corrono a prenderli a scuola, mentre su Rai Uno Paolo Frajese cammina tra i cadaveri degli uomini della scorta di Moro. Un’immagine destinata a essere mandata in onda per trent’anni, in occasione di ogni anniversario, di ogni nuova scoperta o legame con l’attualità. Proprio come l’immagine dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, in quello che si può definire a tutti gli effetti un ricordo mediale. Ricordi, condivisi da individui lontani tra loro esposti agli stessi messaggi dei media, che fanno parte della memoria autobiografica di chi ha assistito a un avvenimento storico: la tradizione della psicologia sociale li associa non solo a un’immagine trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa manche alla propria biografia personale. E riguardano molto spesso eventi sconvolgenti, come può esserlo un attentato, l’omicidio di un uomo politico o la morte di un Papa: secondo uno studio di F. W. Colegrove, nel 1899, a 34 anni di distanza dall’assassinio di Abraham Lincoln, il 72 per cento degli americani ricordava dettagliatamente il contesto in cui venne a sapere dell’uccisione dell’allora presidente degli Stati Uniti. Nel 1977 gli psicologi Roger Brown e James Kulik calcolarono che il 99 per cento degli americani, a distanza di 14 anni, era in grado di ricostruire perfettamente con chi, dove e come venne a sapere dell’omicidio di John F. Kennedy. Si arriva all’11 settembre 2001: non solo negli Stati Uniti ci si ricorda il contesto di apprendimento della notizia dell’attacco alle Torri Gemelle, tanto che alcuni studenti americani hanno creato un sito (www.wherewereyou.org) che raccoglie oltre 2.500 testimonianze da tutto il mondo. A trent’anni di distanza, chi c’era non dimentica il “suo” 16 marzo 1978 ed è in grado di ricostruire perfettamente l’istantanea “scattata” nel momento dell’apprendimento della notizia del sequestro di Aldo Moro. “Ricordo esattamente quel giorno – racconta Carlo, all’epoca 25enne infermiere all’Ospedale Maggiore di Bologna, secondo le testimonianze raccolte nel libro “Hanno rapito Moro” Memorie a confronto di Filippo Cavallaro –. Stavamo visitando un paziente e entrò un collega del personale che disse è stato rapito Aldo Moro”. “Quando ho appreso la notizia – afferma con certezza Nicola – ero militare e mi trovavo nello spaccio, dovevano essere le 9 del mattino, venne un militare e disse: ‘Hanno rapito Moro, hanno rapito Moro, la guerra civile, la guerra civile’”. La stessa frase pronunciarono le bidelle irrompendo nelle aule delle scuole. Qualcuno seppe dell’agguato dal postino, molti dalla radio. Alle prime notizie seguirono i primi commenti e le prime reazioni. In una libreria di Roma, racconta Roberto, ex libraio, ci fu chi disse sprezzante “finalmente l’Italia si muove”, mentre negli uffici della Regione Toscana di Firenze, dove Alessia era delegata sindacale, anche i più anziani funzionari “ligi e inquadrati” e “che non avevano mai manifestato alcuna idea politica”, di fronte a quella violenza uscirono dall’ufficio per partecipare alla mobilitazione sindacale. Ida era nella sua casa dell’Aquila, aveva solo 3 anni: “Ho questo ricordo molto vivo del momento in cui Moro fu rapito. Me lo ricordo perché è il primo ricordo storico che ho – dice oggi a trent’anni di distanza – Quando si sentì in tv, nel servizio che mostrava la macchina colpita dai proiettili e il sangue delle vittime della scorta, mia madre disse ‘oddio Moro’ e la vidi preoccupatissima: mi ricordo che mi andai a stringere al suo vestito perché dalla sua apprensione capii che poteva succedere qualcosa di grave, di molto grave”.


(Mca/Gco)

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