Roma, 19 mag – Dio, la musica, la natura e la vita, Gaber e
un Paese immortalato in una delle canzoni, “Buonanotte all’Italia”, contenute
nel suo ultimo disco “Secondo tempo”. Gli studenti lo aspettavano dalla
mattina, accampati dentro e fuori l’aula magna del Rettorato dell’Università
l’atmosfera è elettrica, Luciano Ligabue, cantante, scrittore e regista, si
avvicina. Gino Castaldo si propone come mediatore della giornata e inizia
chiedendo spiegazioni riguardo ai cambiamenti di questi ultimi anni: un periodo
di grande crescita per l’artista, il quale è riuscito a presentarsi con maggior
fiducia nei riguardi delle capacità organizzative altrui e a lasciar andare
parte di quella presunzione di chi vuol gestire ogni tappa del suo prodotto.
Per quanto concerne i prossimi concerti confessa: “Ci saranno nuovi
arrangiamenti simili a quelli usati nel tour europeo, che ci sono serviti a
rendere il suono ancora più nitido. Poi immaginatevi una scenografia ‘balorda’,
moltiplicatela per tre e non sarete ancora vicini a quello che vi aspetta”.
Qualche commento va al tour europeo appena concluso, durante il quale si è
dovuto confrontare con il problema della lingua. Il discorso si estende quindi
alla musica in generale e alla sua rinuncia a una carriera internazionale, per
via dell’età e dell’impossibilità di poter trasportare le immagini espresse
attraverso idiomi locali e in una lingua che non ha lo stesso ritmo di quella
italiana. Castaldo chiede quindi un consiglio esplicito per le nuove
generazioni: come affrontare la musica, la quale non è oggettiva, bensì
soggettiva, ovvero dipende interamente da come la recepisce il singolo. Il
consiglio è quindi di abbandonare la velocità imposta dal nostro secolo e di
dare spazio ai tempi propri di ogni forma d’arte. Si apre uno spazio per il
pubblico, nel quale gli auditori possono fare domande dirette. Naturalmente il
discorso va a toccare alcune esplicazioni riguardanti i testi delle canzoni, ma
si apre anche a nuovi spunti di riflessione. Dalla fede alla natura, dal rock
alla vita. Grazie a ognuno di questi argomenti si delinea il carattere del
Ligabue persona, un uomo che non sa se crede in Dio, che necessita di un
contatto costante con gli spazi aperti e incontaminati, che vede nella musica e
nel rock un’espressione senza pudore delle emozioni e che, alla domanda più
frequente – “quanto da zero a dieci?” – del suo secondo film, non sa
rispondere, ma dice: “Non si può completamente dirigere la vita dove vuoi tu,
di certo hai una tua autonomia di decisione, ma alla fine quella cosa che c’è
lassù, Dio o non Dio, caso o destino, ha un percorso da farti fare, quindi la
vita la devi lavorare ma ti devi anche rilassare. Un giusto equilibrio”. Non
manca un commento sull’Italia di oggi, in parte espresso nella canzone
Buonanotte all’Italia. Ligabue afferma che è impossibile non amare e non
provare passione per un’Italia in cui si è nati e cresciuti, ma anche che
esprimersi in questo senso è reso sempre più difficile, data la mancanza di
modernizzazione, di cambiamenti e di progresso. Da qui una riflessione:
“Durante l’ultima campagna elettorale, nessun politico, tra le sue promesse, ha
dato uno spiraglio al futuro dell’Italia. Per riaccendere la fiducia in questo
futuro bisogna lavorare tutti”. L’incontro si chiude con la richiesta di sapere
quale sia il sogno di Luciano, alla quale il cantante risponde citando Gaber:
“Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo
erano anche gli altri”.