Roma, 16 lug – Nasce una nuova archeologia, quella che
studia come vengono utilizzati gli strumenti nei primati in modo da ricostruire
l’evoluzione di questo comportamento nella nostra specie. Il nuovo approccio
scientifico, ora pubblicato su Nature, porta la firma di un team internazionale
di ricercatori, tra cui Elisabetta Visalberghi dell’Istc-Cnr. Fino a poco tempo
fa si riteneva che l’archeologia fosse la scienza delle culture umane antiche,
dedita alla scoperta e all’analisi dei manufatti dei nostri progenitori.
Invece, un articolo appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature è
destinato a rivoluzionare questa visione, estendendo l’approccio archeologico
anche allo studio delle attività di uso, costruzione e accumulo di strumenti
nei primati non umani, le specie animali a noi evolutivamente più vicine. “I
primati non umani rappresentano un ottimo modello per lo studio della
tecnologia litica, dato che sono sempre più numerose le evidenze di popolazioni
selvatiche che usano strumenti”, dice Elisabetta Visalberghi, primatologa
dell’Istituto di scienze e tecnologia della cognizione (Istc) del Consiglio
nazionale delle ricerche di Roma e co-autrice dell’articolo. “Si va dagli
scimpanzé della Costa d’Avorio, che usano percussori e incudini per rompere
noci troppo dure da aprire altrimenti, ai cebi – scimmie sudamericane che in
Brasile usano pietre sia per rompere noci sia per estrarre tuberi dal terreno –
fino ai macachi che, in Tailandia, con una tecnica simile rompono il guscio di
granchi e molluschi”. Lo studio degli elementi caratteristici della tecnologia
litica, dalla scelta della materia prima ai vari metodi di scheggiatura alle
tradizioni culturali dei diversi gruppi, unisce così primatologi e archeologi
in un nuovo campo di ricerca meglio definito come ‘archeologia dei primati’.
“Questa nuova disciplina nasce dal presupposto che, qualunque organismo
accumuli o modifichi materiali durevoli come la pietra, lascerà una traccia
sotto forma di reperto archeologico”, prosegue la primatologa. “In questo senso
sarà possibile fornire per la prima volta un quadro comparativo per la
comprensione del contesto biologico, ambientale e sociale che ha favorito
l’evoluzione comportamentale dei primati”. In questo contesto è stato avviato
il progetto internazionale ‘Pounding working group’ che avrà lo scopo di
comparare il comportamento di uso di strumenti, in particolare di percussori
per rompere noci e altri alimenti duri, negli scimpanzé, nei cebi e negli
ominini. È noto, infatti, che, dall’analisi delle pietre scheggiate prodotte
dai nostri progenitori e dal tipo di fratture che presentano, sia possibile
risalire al loro grado di destrezza motoria e comprenderne le capacità
cognitive. “Sebbene i primati non umani non sembrano in grado di produrre
intenzionalmente pietre scheggiate, può accadere che un percussore si rompa
accidentalmente durante l’uso”, spiega Visalberghi. “Poiché si ipotizza che
eventi simili abbiano portato i nostri progenitori a scoprire casualmente come
produrre pietre scheggiate, in questo senso lo studio dei primati non umani
attuali potrà permettere di ricostruire l’origine del comportamento di
produzione di strumenti nei nostri progenitori estinti”. (Roc)