Roma, 4 giu – L’ecomafia non conosce crisi e continua a macinare soldi: oltre 20,5 miliardi di euro di fatturato. A fare i conti in tasca a uno dei più grandi business della criminalità organizzata è come ogni anno il dossier Ecomafia 2010 di Legambiente, presentato oggi a Roma in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Vittorio Cogliati Dezza e Sebastiano Venneri, rispettivamente presidente e vicepresidente nazionale di Legambiente, Pietro Grasso, procuratore nazionale Antimafia, Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno, Fabio Granata, vicepresidente Commissione Antimafia, Gaetano Pecorella, presidente commissione Rifiuti e Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Sui numeri presenti nel rapporto di quest’anno pesa la mancata pubblicazione del dato sui rifiuti speciali nel Rapporto rifiuti 2010 dell’Ispra, che ha impedito di valutare economicamente la mole di rifiuti industriali spariti nel nulla e che, con ogni probabilità, sono finiti nel giro illegale dei trafficanti di immondizia. Nel ciclo dei rifiuti si è registrato un significativo aumento delle infrazioni accertate: 5.217 nel 2009, erano 3.911 nel 2008, con un incremento del 33,4%. Crescono, però, anche le denunce (6.249, erano 4.591 l’anno precedente), e gli arresti: 2.429 a fronte dei 2.406 del 2008. La Campania si conferma in testa alla classifica con 810 reati accertati (15,5% del totale nazionale), seguita da Puglia (735 infrazioni), Calabria (386), Sicilia (364) e Toscana (327). Prima regione del Nord è il Piemonte, ottava, con 270 reati. Altro settore importante per gli introiti criminali è quello dell’abusivismo edilizio, che permette alle ecomafie di mettere da parte due miliardi di euro in nero. Un dato che deve far riflettere perché fotografa un andamento sostanzialmente stabile a fronte del calo delle costruzioni legali dovuto alla crisi economica in atto. Stessa cosa può dirsi per il racket degli animali che, stando alla stima della Lega antivivisezione, si conferma di 3 miliardi di euro, tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna viva esotica o protetta, macellazione clandestina. Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi e mezzo di euro. Manca all’appello il dato relativo ai furti e sui traffici di opere d’arte e reperti archeologici, il cui mercato continua a sfuggire a una precisa quantificazione monetaria, ma che genera una cifra d’affari che, per volume è seconda solo al traffico internazionale di stupefacenti. (Red)