Amsterdam – In un recente studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma, Enea, Istituto sull’inquinamento atmosferico (Cnr–Iia), Arpa Lazio e Val d’Aosta, Serco ed ARIA-Net e pubblicato sulla rivista “Urban Climate”, è stato analizzato l’ impatto del periodo di lockdown, indetto durante la prima ondata della pandemia da Covid-19, sulla composizione atmosferica in cinque siti urbani italiani. Nel lavoro sono presentate le misure delle proprietà ottiche degli aerosol ottenute dai fotometri, le misure della concentrazione di biossido di azoto (NO2) nell’intera colonna d’aria da spettrometri e da misure satellitari e le concentrazioni al suolo di PM10, PM2.5, NO2, BC (Black Carbon) e benzene nelle città di Aosta, Milano, Bologna, Roma e Taranto, caratterizzate, per posizione geografica, da diverse condizioni meteo-climatiche. “I parametri misurati nelle diverse città sono stati confrontati con quelli rilevati in un periodo di riferimento di 5 anni (2015-2019), escludendo i giorni caratterizzati da eventi di trasporto a lungo raggio, quali ad esempio il fumo proveniente dagli incendi dall’Europa orientale e dal Montenegro, le polveri dall’area del Caspio e dal Sahara, gli inquinanti dalla Pianura Padana verso Aosta – spiega Monica Campanelli del Cnr-Isac -. Rispetto a studi precedenti, questo lavoro ha mostrato l’influenza delle condizioni meteorologiche sulla concentrazione dei PM. Il confronto fra le misure delle concentrazioni di gas e particelle prima e durante il periodo di lockdown è importante per studi aventi come obiettivo la correlazione tra emissioni da traffico ed inquinanti. Inoltre, l’impatto della riduzione delle emissioni da traffico fornisce lo scenario di un futuro caratterizzato dall’aumento su larga scala dei veicoli elettrici”. (9colonne)

