La crisi economica influisce anche sulla salute. Lo dimostrano i dati presentati oggi a Roma e raccolti nella terza edizione del Libro bianco sulla salute della donna. Stato di salute e assistenza nelle regioni italiane” edito da Franco Angeli in collaborazione con Farmindustria presentato dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda). L’aspettativa delle donne in Italia resta sempre più alta di quella degli uomini, ma il divario è progressivamente diminuito. Negli ultimi quattro anni infatti l’aspettativa di vita delle italiane è aumentata di soli 0.3 anni (da 84.0 anni nel 2007 a 84.03 nel 2010) contro lo 0.4 anni per l’uomo (da 78.7 anni nel 2007 a 79.1 anni nel 2010). La crisi economica e sociale italiane sono senza dubbio una delle cause principali. Senza dimenticare il ruolo centrale della donna nella famiglia e lo stress in ambito lavorativo. Tutti questi elementi spostano le priorità delle italiane, distogliendole spesso dalla cura della propria salute e dalla prevenzione. Lo stile di vita poi non aiuta: molte abitudini negative più diffuse tra la popolazione di sesso maschile si stanno poco a poco trasferendo anche alle donne. L’abitudine al fumo è aumentata infatti di mezzo punto percentuale nella popolazione femminile e sono sempre di più le donne che consumano oltre sei bicchieri di bevande alcoliche in un’unica occasione. Le donne tendono a “spostare l’attenzione da sé agli altri”, ha detto il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi: “Quella è una dote tipica delle donne che però – aggiunge – non deve diventare un problema che porta a trascurare la propria salute per quella altrui”. Ma le donne non sono le uniche a essere “disattente”: in generale è scarsa l’attenzione alle problematiche femminili da parte delle istituzioni e a un servizio sanitario nazionale ancora non all’altezza della richiesta e degli standard internazionali. Un dato preoccupante è quello legato ai punti nascita e ai parti. Ancora troppi sul territorio i punti nascita sprovvisti di Unità operative di terapia intensiva neonatale (presenti in 125 dei 551 monitorati) e che realizzano meno di 500 parti l’anno, portando per esempio i parti cesarei a percentuali elevatissime rispetto al resto d’Europa, o rendendo impossibile l’utilizzo della analgesia epidurale. Il numero dei tagli cesarei in Italia supera il 30% del totale dei parti, valore molto al di sopra di quanto viene raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (10-15%). (Cle – 30 set)