“Non bisogna dare per scontato che ciò che è vecchio sia superato. La carta suscita una maggiore lentezza e, di conseguenza, una maggiore riflessione. Riflettere significa mantenere il processo cognitivo dentro di noi”. Lo ha detto il presidente della Fieg Carlo Malinconico, introducendo i lavori dell’incontro “Dal giornale a pixel e ritorno. Non buttiamo la carta, aiuta a rallentare l’informazione per capirla” organizzato dalla Federazione italiana editori giornali in collaborazione con l’Osservatorio Tuttimedia. “Ritorno alla carta – ha chiarito Malinconico – non come forma di nostalgia ma come riflessione sulle peculiarità del mezzo, anche per frenare, senza mettere in discussione le meraviglie della Rete, l’eccessivo entusiasmo verso alcune delle nuove forme di comunicazione e arrivare a una dieta mediatica sana, che contribuisca alla crescita del Paese attraverso la giusta combinazione di pixel e cellulosa”. A prendere le difese della carta anche Derrick De Kerkchove, erede del patrimonio teorico di Marshall McLuhan, nonché direttore scientifico di Media Duemila e docente di Sociologia della cultura digitale presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. L’80% dei suoi studenti legge almeno un giornale su carta, mentre sono la metà (il 40%) quelli che si informano esclusivamente sul web. Memorizzare, archiviare o elaborare dati attraverso l’utilizzo di risorse hardware e software distribuite dalla Rete, ha spiegato lo studioso di teoria di intelligenze connettive, esteriorizza le nostre personali capacità cognitive mentre i limiti che la carta impone ci inducono a far crescere in noi una nuova intelligenza per riflettere, pensare e agire. “Le notizie lette su carta si ricordano di più. Allora stampa l’articolo”, consiglia il giornalista e scrittore americano Todd Wasserman, in una massima che sembra stridere con la velocità e i tempi di internet. “La capacità cognitiva – ha spiegato De Kerckhove – si sviluppa e cresce dentro di noi. La carta mantiene il cervello dentro il corpo. Il cervello esterno quale protesi cognitiva è lo schermo che esteriorizza la capacità cognitiva. Oggi non abbiamo più memoria perché ci stiamo abituando ad averla fuori dal nostro corpo”. E allora non buttiamo la carta e facciamo crescere i media digitali. De Kerckhove immagina un futuro in cui all’interno delle testate online possano nascere figure capaci di mettere ordine e dare un senso alla sterminata mole di informazioni disponibili nella Rete, dall’ottimizzatore di titoli al giornalista “aggregatore”, come Andy Carvin, diventato portabandiera dell’informazione su Twitter attraverso il racconto documentato dell’ingresso dei ribelli libici a Tripoli. Solo così, parafrasando un celebre articolo di Nicholas Carr, potremo evitare che Google ci renda stupidi.
(Fca – 4 ott)