Migliaia di imprenditori e cittadini italiani hanno lasciato il Belpaese per andare a vivere e a produrre a Est, nei Paesi dell’Europa orientale e balcanica un tempo oltrecortina. Il libro “Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista” di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi, pubblicato da Infinito edizioni, racconta le storie di chi ce l’ha fatta e di chi non ce l’ha fatta – imprenditori e manager, calciatori e veline. E, soprattutto, spiega le economie e i sistemi politici di questi Paesi, mettendo in evidenza luci e ombre di un processo che sta cambiando l’industria italiana. Nel libro -che ha una introduzione di Federico Ghizzoni ed una postfazione di Angelo Tantazzi – si legge che l’80 per cento delle imprese italiane attive nell’Europa dell’Est lavora principalmente in quattro Paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Le aziende italiane con più di 2,5 milioni di euro di fatturato annuo attive in questi quattro Paesi sono 4.000 e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. Sommando le aziende italiane attive in Serbia, Bosnia, Macedonia e altri Paesi, le cifre sono ancora più sorprendenti. Ancora più straordinario è il fatto che il numero di imprese italiane presenti nell’Europa dell’Est è quattro volte superiore a quello delle aziende, sempre italiane, attive in Cina. Se tenessimo conto anche delle piccole e piccolissime imprese, la proporzione sarebbe ancora più accentuata. Idem per l’import-export: l’Italia importa dall’Europa orientale tre volte e mezzo quello che importa dalla Cina ed esporta all’Est un flusso di merci otto volte superiore a quello diretto verso il Paese del Dragone. (Red – 11 lug)
