(7 gen) La crisi economica ha avuto un impatto significativo su alcune tipologie di attività criminose, in particolare i furti. In base alle stime degli economisti Guido De Blasio e Carlo Menon, una riduzione dell’attività economica locale del 10 per cento implicherebbe un aumento dei furti del 3-6 per cento. Gli effetti della crisi sui crimini di tipo economico risultano amplificati nei sistemi locali con una forza lavoro più giovane o con prevalenza di piccole imprese. Questo sembrerebbe suggerire che i contratti di lavoro indeterminati, che tipicamente caratterizzano i rapporti di impiego dei lavoratori meno giovani, e i meccanismi di tutela come gli schemi di cassa-integrazione, più diffusi per le imprese più grandi, abbiano avuto l’effetto di attenuare l’impatto della crisi sulla criminalità. Il legame tra crisi e crimini di tipo economico appare meno evidente nelle quattro Regioni maggiormente caratterizzate dalla presenza storica della criminalità organizzata. Tra le diverse interpretazioni possibili, una suggerisce che in queste zone la criminalità organizzata detenga il “monopolio” dell’attività illegale, per cui risulterebbe difficoltoso per un individuo improvvisare un’attività criminosa a seguito delle sopravvenute difficoltà economiche rispetto a parti del territorio dove la penetrazione delle cosche è più recente e meno capillare. Inoltre, si potrebbe anche ipotizzare che nelle quattro regioni indicate le cosche vendano protezione agli individui assoggettati al pagamento del pizzo, il che contribuirebbe ad attutire l’effetto della crisi sulla criminalità comune.
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