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Pomodoro e la “scrittura sconcertante”

it@withub.it by it@withub.it
24 Maggio 2013
in Archivio speciali - Mostre
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POMODORO E LA “SCRITTURA SCONCERTANTE”

La Fondazione Arnaldo Pomodoro inaugura la sua nuova sede di Milano, in via Vigevano. Il primo evento ospitato nella struttura, adiacente agli archivi della Fondazione e allo studio dell’artista, è la mostra “Una scrittura sconcertante. Arnaldo Pomodoro. Opere 1954-1960”. L’esposizione, fino al 30 giugno, documenta la prima stagione creativa di Arnaldo Pomodoro, attraverso 28 rilievi in piombo, argento, bronzo e alcuni disegni. Trasferitosi a Milano nel 1954, l’artista inizia a tessere le sue trame segniche in rilievo creando situazioni visive al limite tra bidimensione e tridimensione. L’influenza intellettuale di Klee, che si definiva “astratto con qualche ricordo”, si avverte nel passo lirico e nella filigrana naturale tipici di Pomodoro di quel tempo, esplicitati da titoli in cui si dice di “orizzonte”, “situazione vegetale”, “estensione vegetale”, “paesaggio”. Questo è il percorso che lo conduce alla consapevolezza del segno astratto come cellula plastica, caratteristico di tutta la sua straordinaria vicenda successiva. Accompagna la rassegna il primo numero dei Quaderni della Fondazione. A questa iniziativa seguirà, dopo l’estate, una mostra dedicata a Enrico Baj che ne analizzerà non solo il ruolo primario nel dibattito artistico degli anni ‘50 e ‘60, che lo vede fondare il Movimento nucleare, concepire riviste come “Il Gesto” e redigere manifesti cruciali come Contro lo stile, ma anche porsi come interlocutore attivo, in particolare tramite i rapporti con Edouard Jaguer e il gruppo “Phases”, della grande avanguardia internazionale, da Marcel Duchamp a Man Ray, da Asger Jorn a Guy Debord. (red)

A BRESCIA IL “NOVECENTO MAI VISTO”

Il Museo di Santa Giulia, a Brescia, ritrova, con “Novecento mai visto. Da De Chirico a Cattelan e oltre”, le opere che qui furono esposte dal 1964 al 1972, in quella che all’epoca era la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea poi immagazzinata per lasciare spazio alle collezioni archeologiche e medievali che hanno reso celebre il museo bresciano. Per molti è l’occasione di poter ammirare – fino al 30 giugno – una raccolta giustamente famosa, tra le maggiori collezioni pubbliche del settore in Italia, che da 40 anni era inaccessibile al pubblico- La parte più rilevante di questo patrimonio è costituita dalle opere, sorprendentemente anticipatrici in senso astratto, del bresciano Romolo Romani, dai numerosi dipinti di ambito futurista (Dottori, Evola, Depero, Lega, tutti datati entro il 1919) e dalle opere di orientamento informale che, dopo la chiusura della galleria, rimasero nei depositi (Chighine, Paolucci). Importanti testimonianze dell’arte del Novecento (De Chirico, Morandi, Sironi) arricchirono poi (1986) le raccolte civiche tramite il lascito della famiglia bresciana Scalvini. La Galleria esibiva inoltre un centinaio di opere provenienti dalla straordinaria collezione depositata da Guglielmo Achille Cavellini che, caso unico in Italia, comprendeva quanto di meglio e di nuovo proponeva l’arte italiana e internazionale (da Klein a Warhol, da Hartung a Mathieu, da Burri a Fontana). La mostra è allestita viv a vis con un’altra importantissima esposizione, quella della Collezione Daimler Mercedes, per la prima volta esposta in Italia. (red)

WITKIN: QUANDO L’EROS DIVENTA FREAK

L’opera fotografica unica e provocatoria di Joel-Peter Witkin al Museo Nazionale Alinari della Fotografia di Firenze fino al 24 giugno. Il 74enne fotografo newyorkese di origine lituane (da parte di padre) e italiane (da parte di madre) è noto per le sue immagini enigmatiche in cui la gloria del corpo umano si confonde con la miseria e la ricerca spirituale con l’inquietudine religiosa, intrecciando l’erotismo ed il piacere al deterioramento ed alla morte. Nel suo lavoro Witkin applica la metodologia compositiva tipica del pittore, rivisitando i temi della mitologia occidentale, i capolavori della tradizione artistica europea e la rappresentazione canonica del corpo umano. Le sue opere sono dense di citazioni formali in cui mescola insieme i grandi nomi della storia della fotografia, come Muybridge, Rejlander e Holland Day, con la scultura greca e romana, l’arte barocca, neoclassica e moderna. Le scene sono ricche di rimandi, più o meno espliciti, ai grandi maestri dell’arte da Velasquez a Manet. Witkin affronta le stesse problematiche plastiche e gli stessi ambiti iconografici di questi capolavori, ritraendo e celebrando in atmosfere sublimi i corpi di soggetti ritenuti storicamente non rappresentabili come nani e storpi, androgini ed ermafroditi. Ogni opera è il risultato di una lunga e complessa elaborazione formale che riguarda sia i soggetti ritratti che il processo di stampa. Le fotografie sono frutto di una serie di passaggi manuali in cui Witkin sperimenta le tecniche più diverse dal graffio allo strappo dei negativi, dall’utilizzo di filtri a varie tipologie di ostacoli posti tra il supporto e l’ingranditore. Le sue composizioni sono ampiamente studiate e create con la massima cura per i dettagli. Nato a New York nel 1939 da padre lituano e madre di origine italiana, Witkin riceve la sua prima formazione fotografica durante il servizio militare quando gli vengono commissionati dei reportage per documentare la vita quotidiana di alcuni reggimenti di base in Europa e in altri Paesi.

A BOLOGNA OPERE CON OGGETTI RECUPERATI TRA MACERIE TERREMOTO

Ingrid Mair Zischg, artista originaria dell’Alto Adige, che vive nella bassa modenese, e che a causa del terremoto di un anno fa ha visto andare in frantumi il frutto di anni di lavoro, ha raccolto frammenti privi di valore tra le rovine del terremoto – calcinaccio, un foglio, un brandello di tessuto – e li ha inviati a diversi artisti in tutta Italia invitandoli a creare un’opera per raccogliere dei fondi, destinati soprattutto alle scuole. Ne è nata la mostra “L’Arte non trema, un anno dopo”, che è anche il titolo della associazione (www.lartenontrema.it) da lei fondata per sostenere questo progetto, che si tiene fino al 3 giugno alla Galleria Terre Rare di Bologna. I materiali recuperati tra le macerie sono stati consegnati ad artisti in diverse zone d’Italia. Ognuno ha contribuito gratuitamente, con il proprio linguaggio artistico, creando un’opera unica che racchiude almeno uno dei frammenti. “Attraverso l’attività di ‘L’arte non trema’ – si legge nella presentazione – nasce una nuova forma di partecipazione, autentica e sincera, espressa con azioni concrete, che identifica il ruolo primario e fondamentale della cultura nella nostra società, come vettore per la rinascita sociale ed economica, per avviare una diversa esperienza di consapevolezza sulle problematiche del nostro ambiente e della società che viviamo, per una nuova forma di comunicazione diretta e attiva”. (PO / red)

MILANO OMAGGIA I CARATTERI GRAFICI DI BODONI

Oggi il nome del tipografo settecentesco Giambattista Bodoni è talmente conosciuto in tutto il mondo che potrebbe essere usato nello spelling internazionale. La mostra “B come Bodoni. I caratteri di Bodoni a Brera e nella grafica contemporanea” – fino al 29 giugno alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano – presenta una raccolta di stampati tutti realizzati con caratteri Bodoniani: libri, cataloghi, pagine di pubblicità in cui compare da protagonista il carattere che viene utilizzato per dare all’opera grafica quella pulizia e leggibilità che il tempo ha consolidato. Alcuni esempi: le copertine delle Guide azzurre del Touring Club Italiano del 1931, composte e stampate da Raffaello Bertieri, la popolare BUR – Biblioteca Universale Rizzoli, il gruppo di edizioni d’arte della Galleria del Milione e la Universale Einaudi. La quasi totalità delle case editrici italiane ha o ha avuto collane editoriali in cui sono stati usati i caratteri Bodoni, segno evidente di una volontà di identificarsi con una concezione editoriale di alta qualità grafica. L’esposizione porta ai giorni nostri con molti esempi a partire dal logo della Rinascente progettato da Max Huber con un coraggioso, a suo tempo, e felice accostamento tra il carattere “L” in Bodoni corsivo e la “R” maiuscola in Helvetica. Particolare interessante in mostra: nel 1963, in occasione del 150.mo della morte di Bodoni, Grazia, la rivista di Mondadori, offrì ai grafici italiani una serie di caratteri trasferibili Letraset riprodotti dagli originali conservati nel Museo Bodoniano di Parma. Notevole la serie di quaderni di poesia diretta da Sandro Boccardi e impaginata da Giorgio Fioravanti per le Edizioni Trentadue. Sono inoltre presenti il logo Emporio Armani, la pubblicità Eni, gli stampati Ibm. (red)

A ROMA LA MOSTRA ANTOLOGICA DEDICATA A RENZO VERDONE “PAROLE POESIE MUSICA”

Ha preso il via a Roma, a Palazzo Margutta (Via Margutta, 55), la mostra antologica dal titolo “Parole Poesie Musica” con la quale, a due anni dalla sua scomparsa, la Galleria Il Mondo dell’Arte ha scelto di rendere omaggio a Renzo Verdone, amico di lunga data e appassionato esponente di spicco della cosiddetta “pittura colta”.  L’esposizione, in programma fino al 5 giugno prossimo , rappresenta – attraverso una trentina di opere circa, tutte realizzate con tecniche diverse – un significativo excursus nella produzione di questo straordinario artista dal riconosciuto talento e ne racconta egregiamente la prorompente forza creativa.  Caratterizzato da una travolgente carica interiore e da un linguaggio pittorico forte, Renzo Verdone è dotato di una profonda curiosità intellettuale che trova sfogo nell’apertura verso linguaggi diversi e che gli consente di destreggiarsi abilmente sia con la tela e l’acquaforte che con il disegno, passione quest’ultima che non si interromperà neanche negli ultimi giorni di vita. Verdone matura la propria preparazione artistica a stretto contatto con i gruppi sperimentali delle Gewerbeschule di Berna e di Zurigo, che raggiunge dopo aver lasciato ancora giovanissimo l’Italia e con i quali compie accurati studi di ricerca figurativa, scultura e nudo. Rientrato in patria, consegue il diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma e inizia un’intensa attività artistica, frequentando l’ambiente culturale della Capitale. Dal 1971, anno della sua prima personale, sono molteplici le esposizioni alle quali prende parte, così come i riconoscimenti che gli vengono attribuiti (tra cui anche la Medaglia d’oro del Presidente della Camera dei Deputati e il Trofeo C.I.S.A.C.) e che testimoniano la validità e il continuo rinnovarsi dell’uomo e dell’artista. Scompare a Roma nel 2011. Quella di Renzo Verdone è una pittura colta rigorosamente figurativa, seppur con richiami ad altre istanze rappresentative, fra cui quella simbolista, un’arte capace di investigare nell’oscurità del sogno e nei territori dell’inconscio, “una pittura che” – come scrive Barbara Scaramucci – “scava nell’animo, che ci colpisce per la sua intensità”. (red)

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