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NEL PUBBLICO IMPIEGO PORTE CHIUSE
AI LAUREATI: SOLO L’11% TROVA LAVORO

it@withub.it by it@withub.it
21 Luglio 2013
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Svanisce il sogno dell’italiano medio di studiare, terminare l’Università e diventare un dipendente pubblico: solo l’11% dei “dottori” con laurea specialistica, oltre il triennio, ad un anno dal conseguimento del titolo di studio lavorano nella pubblica amministrazione. A fronte dell’83,5% che operano nel privato, cui va aggiunto il restante 5,5% occupato nel non profit. Vacilla anche il mito del posto fisso: sempre ad un anno dalla laurea, sono più i precari dello Stato (il 39%) rispetto a quelli che operano nel privato (il 28%). Un dato, quello della lunga precarietà cui sono condannati i nostri “colletti bianchi”, su cui pesano tanto le decine di migliaia di supplenti della scuola non immessi in ruolo malgrado la presenza di posti liberi e precise raccomandazioni Ue sulla stabilizzazione del personale che ha prestato servizio per oltre 36 mesi. Ma non finisce qui. Perché a cinque anni dal termine degli studi accademici il gap tra privato e Stato diventa ancora maggiore: il lavoro stabile riguarda il 71% dei laureati occupati nel privato e appena il 34% dei colleghi del pubblico impiego. Inoltre, in entrambi i casi gli stipendi sono davvero miseri: in media attorno ai 1.200 euro lordi (con un +3% nel pubblico rispetto al privato). A commentare i  dati, presentati da Almalaurea, Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir: “Si tratta di dati lavorativamente drammatici perché significa che i nostri governanti rinunciano alle alte professionalità. Facendo arretrare il Paese di centinaia di anni. Perché mentre al tempo di Federico II l’Università serviva per formare giustizieri e giudici del Regno delle due Sicilie, oggi lo Stato abbandona al loro destino i giovani che hanno puntato sull’alta formazione: invece di assumerli in base al merito, chiude la porta ai concorsi perché non c’è più posto. Anche perché negli ultimi 10 anni proprio nella pubblica amministrazione ne sono stati cancellati ben 360mila. E chi va in pensione, quando ci riesce, non viene più sostituito”. Secondo Anief-Confedir, il rapporto Almalaurea sul futuro professionale dei nostri laureati rappresenta quindi un brutto spot per tenere lontani dagli atenei gli studenti diplomati. E che va – si legge in una nota dell’Anief- a incidere su un quadro già a dir poco deprimente: gli ultimi dati ufficiali internazionali indicano, infatti, che fra i giovani italiani i laureati di età 25-34 anni sono appena sopra il 20%, contro la media dei paesi Ocse superiore al 35% (il 38 nel Regno Unito, il 41 in Francia, il 42 negli Stati Uniti, addirittura il 55 in Giappone). Nella fascia di età 30-34 anni, strategica per realizzare la società della conoscenza e per competere a livello internazionale, il quadro non è molto diverso: la presenza di laureati in Italia non raggiunge il 20%. È tutto dire che l’obiettivo strategico che la Commissione Europea ha individuato come mèta da raggiungere entro il 2020 sia il 40% della popolazione di 30-34 anni laureata. Una soglia per noi quasi impossibile da centrare, almeno nel breve periodo, ma che hanno già incamerato metà dei paesi dell’UE.(red- 21 lug)

 

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