(3 set) “Ho cercato quell’America per anni solo ascoltata nei dischi. L’ho inseguita, l’ho trovata e l’ho fatta ‘mia’. La mia musica è contaminazione: ha una sua identità all’interno di uno stile tanto lontano quanto intenso e profondo. Ho voluto rileggere un genere che ha radici nelle sonorità tipiche delle popolazioni afroamericane e non ho dimenticato di metterci del ‘mio’, quell’ ‘Italian touch’ che fa la differenza”. Luca Sapio è un sincero e profondo appassionato di musica soul, soprattutto è uno dei migliori vocalist bianchi sulla scena soul contemporanea. Nato a Sora 38 anni fa, cresciuto tra Frosinone e Roma e oggi “cittadino del mondo”, Sapio è considerato la più acclamata risposta italiana al soul d’oltreoceano. Forse anche grazie al papà, grande collezionista di vinili che gli ha saputo trasmettere bene la passione per la musica afroamericana. La conferma che chi dice Luca Sapio dice un grande talento arriva dal successo del suo album d’esordio “Who Knows” (suonatissimo nelle radio europee è stato accompagnato da una serie di recensioni straordinarie), dall’apprezzamento ricevuto negli States (il pezzo “How Did We Lose It” è stato singolo della settimana su I-tunes ed è finito nella playlist del David Letterman Show mentre “What Lord Has Done” è entrato nel music control italiano, tedesco e francese) e dagli applausi ricevuti in Austria, Svizzera e Germania (tutti i concerti sold out), culminati con l’esibizione come guest star all’Harald Schmidt Show, lo storico show televisivo del sabato sera tedesco. Luca Sapio sorprende e convince: “How Did We Lose It” potrebbe essere un pezzo di Bill Whiters o dei primi Isley Brothers. Nessuno direbbe che è un italiano e soprattutto un bianco a cantare. E invece a cantare è proprio lui: “L’italianità però non manca – precisa – i miei riferimenti sono i grandi compositori per il cinema. Da a Ennio Morricone a Piero Piccioni”. Ora Sapio – che in passato ha inciso album con diverse band (The Accelerators, The Black Friday, Quintorigo) – è pronto per presentare a Londra i brani del suo “Who Knows” insieme alla organ groovy machine Capiozzo & Mecco in due storici club londinesi: il 5 settembre sarà all’Upper West mentre il 7 al The Islington. “Il mio è un disco onesto, sincero e dal sapore vintage. Non strizza l’occhio alle mode, non ha grandi pretese. Ho aspettato di pubblicare il mio primo album da solista a 37 anni perché volevo raggiungere la giusta maturità e identità stilistica. Volevo sentirmi pronto e ora come non mai credo che l’attesa sia stata ripagata”. Le nove canzoni originali contenute nel disco evocano il classico suono soul blues degli anni sessanta, fiati, groove di scuola stax/motown e organi vintage immersi in un mare di psichedelia. “Non si può cantare soul senza aver vissuto il blues” racconta il musicista citando Memphis Slim, e di blues Sapio ne ha vissuto parecchio: ha trascorso gran parte della vita lavorando, cantando e viaggiando attraverso gli Stati Uniti, collaborando con artisti di fama internazionale come Eumir Deodato, Tony Scott, David Bianco e Juliette Lewis e aprendo i concerti di Paul Weller e Sharon Jones: “Ho sempre cercato nuove strade. Quello che sono oggi è un mix di studio, esperienze, collaborazioni”. E nuove strade, ancora, attendono Sapio che dopo la tappa londinese partirà per il suo tour in Germania: “Sto già lavorando al mio secondo disco – assicura l’artista – uscirà la prossima primavera”. All’estero Sapio incontra molti italiani: “Mi fa piacere ma allo stesso tempo mi mette un po’ di tristezza: ci sono davvero molti talenti che hanno lasciato il Paese in cerca di fortuna. So che per loro non è facile, so che hanno fatto una scelta coraggiosa, che nello stesso momento hanno ottenuto e lasciato qualcosa”. “Bisogna però credere nei propri sogni – conclude – ovvio non si può ottenere tutto e subito: è necessario essere tenaci e coerenti”. Intanto, il sogno americano – e non solo – per Sapio continua. (Gil)