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Per Senso debutto torinese

it@withub.it by it@withub.it
1 Novembre 2013
in Archivio speciali - Teatro
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PER SENSO DEBUTTO TORINESE

Martedì 5 novembre, alle 19.30, al Teatro Gobetti/Foyer di Torino (Via Rossini, 8) debutterà Senso dalla novella di Camillo Boito, adattamento teatrale e regia di Valter Malosti, con l’interpretazione di Irene Ivaldi. Luci di Francesco Dell’Elba, costumi di Federica Genovesi, assistente alla regia Elena Serra. Prodotto dal Teatro di Dioniso e dalla Residenza Multidisciplinare di Asti, lo spettacolo sarà replicato al Gobetti, per la Stagione in abbonamento del Teatro Stabile di Torino, fino a domenica 17 novembre. Scritto da Camillo Boito, Senso è noto al grande pubblico grazie alla versione cinematografica del 1954 diretta da Luchino Visconti. Il foyer del Teatro Gobetti ospiterà uno spettacolo di Valter Malosti che vedrà Irene Ivaldi nei panni di Livia Serpieri, la nobildonna al centro della vicenda che ha come sfondo l’Italia risorgimentale. A 39 anni, Livia racconta attraverso un conturbante monologo interiore, dai toni crudi e dal nero umorismo, la scandalosa relazione intrecciata quasi vent’anni prima con il tenente Remigio Ruz, cinico ufficiale dell’esercito nemico, lei fresca sposa e all’apice della bellezza. L’atmosfera voluttuosa di Venezia e la vecchiaia del marito fomentano la sua passione, passione che dall’adulterio la condurrà all’angoscia e all’umiliazione, una volta realizzato l’inganno dell’uomo che l’ha sedotta esclusivamente per estorcerle il denaro necessario a disertare. Chiuderà la vicenda un colpo di scena tanto inatteso quanto atroce e grottesco. (Caf)

A MILANO DON CHISCIOTTE IN CHIAVE POP

Parole e musica per raccontare il “mito” di Don Chisciotte con una lettura in chiave pop tra Orson Welles, la tragicommedia beckettiana e il cabaret. Dialoghi in bilico tra fantasia e realtà, incontri, personaggi, canzoni di un “viaggio infinito” che da quattrocento anni ci conduce alle soglie del sogno e della follia. Don Chisciotte (Alarico Salaroli) e Sancio (Marco Balbi), al Teatro Menotti di Milano dal 7 al 28 novembre, sono i protagonisti di una storia senza tempo, arrivano finalmente al Toboso, non più luogo incantato, dimora della bella Dulcinea, ma balera di periferia animata dagli straordinari Musicisti del Toboso Helena Hellwig, Enrico Ballardini, Francesca Li Causi e Alessandro Nidi. Estate 1969, è l’estate più calda del decennio quando Don Chisciotte e Sancio Panza decidono di partire. Per l’hidalgo sarà un viaggio alla ricerca di fanciulle da salvare e di torti da riparare, per il suo scudiero sarà la ricerca di un’isola su cui riposare. Niente a che vedere con la moda e i modi “on the road”, piuttosto un percorso circolare dal nulla verso il nulla, un sentiero impolverato, in un paesaggio urbano simile alle periferie delle nostre città. Niente di moderno contamina il pensiero e le azioni del “cavaliere dalla triste figura”, perché lui è davvero un cavaliere: un cavaliere autentico, il miglior cavaliere mai esistito. Chi avrebbe abbattuto giganti con una lancia di legno? Soccorso fanciulle da esseri infernali? Riparato offese e torti con tanto coraggio e, sopratutto, chi poteva farlo avendo per alleati solo un magro ronzino e uno scudiero rozzo? Don Chisciotte è il mito, ma è Sancio il vero personaggio della commedia umana. Un personaggio meraviglioso, perfino nella sua volgarità e nella sua goffaggine.

(Caf)

A ROMA IN SCENA “DI NESSUN PARTITO”

Nel 1943 moriva Simone Weil. A distanza di settant’anni Massimiliano Giovanetti e Marta Scelli rendono omaggio alla filosofa e scrittrice francese che poco prima di morire scrisse Il manifesto per la soppressione dei partiti politici. Un breve trattato pubblicato sette anni dopo dalla rivista La Table Ronde e in seguito dalla casa editrice Gallimard. Con lo spettacolo Di Nessun Partito in scena al Teatro Stanze Segrete di Roma dal 5 al 10 novembre si dà voce al pensiero di Simone Weil in un momento in cui parole come verità, giustizia, libertà, responsabilità, si confondono nei discorsi berciati nei microfoni dell’informazione, si falsificano nei megafoni della propaganda e si trasformano in detriti portati dal flusso informe della comunicazione mediatica. Di Nessun Partito, interpretato da Marta Scelli e diretto da Massimiliano Giovanetti, arricchito con i video curati da Riccardo Palladino, vuole restituire un senso a quelle parole e provare ad immaginare una socialità diversa, una politica più evoluta, un’umanità più consapevole. “La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra proprio costituire un male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti. La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. È perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi”. (Caf)

AL PALLADIUM DI ROMA NIENTE PREOCCUPAZIONI

Una indagine esistenziale della crisi, intima e politica, è quello che Daria Deflorian e Antonio Tagliarini propongono in prima nazionale con “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, dal 7 al 10 novembre al Teatro Palladium, uno spettacolo che ha come punto di partenza l’immagine tratta dalle pagine iniziali del romanzo del 2011 di Petros Markaris, L’esattore. “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni” ha a che fare con una questione personale e collettiva allo stesso tempo: l’instabilità politica, la precarietà economica, i mutamenti sociali. Una miscela dissacrante e intima, ironica e fragile, dove l’attore è chiamato a parlare di sé per trovare il personaggio, e sul palcoscenico nudo e privo di orpelli recita una parte per guardare a se stesso e alla realtà. Nello spettacolo, dove a Daria Deflorian e Antonio Tagliarini si aggiungono Monica Piseddu e Valentino Villa, la crisi italiana appare una metafora di quella greca che è narrata attraverso un fatto di cronaca inventato, vale a dire quei “suicidi della crisi” nati come provocatoria finzione nel romanzo di Markaris, ma che hanno trovato una inquietante eco nella realtà anche italiana. Siamo nel pieno della crisi economica greca quando vengono trovate le salme di quattro pensionate che si sono tolte volontariamente la vita con barbiturici e vodka, lasciando un messaggio folgorante nella sua semplicità: “Abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti e a tutta la società – spiegano in un biglietto – Quindi ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre quattro pensioni e vivrete meglio”. La decisione di andarsene delle quattro pensionate, in bilico tra la rinuncia esistenziale e l’atto politico, diventa un rifiuto della nostra “Società della stanchezza”, come l’ha definita il filosofo Byung–Chul Han assertiva e ottimista perché incapace di altro, e oramai dolcemente declinante verso l’impossibilità della dignità della vita. (Caf)

AL DUSE DI GENOVA IL GIOCO DEI RE

Va in scena al Teatro Duse di Genova, dal 6 al 24 novembre, Il gioco dei re di Luca Viganò. Due personaggi storici, i cui nomi hanno risonanze mitiche per i cultori degli scacchi: il cubano José Raúl Capablanca e il russo Alexander Alexandrovic Alekhine. Il racconto di un’amicizia destinata a rovesciarsi nel suo opposto, sullo sfondo degli avvenimenti storici della prima metà del Novecento. La sfida tra il “re bianco” e il “re nero”. Da una parte, Capablanca, il quale aveva tutto (il talento e il titolo di campione del mondo, l’amore e la bella vita) e se lo lasciò sfuggire dalle mani un po’ a causa della propria incapacità di vivere in modo consapevole e un po’ perché il crollo della borsa di Wall Street nel 1929 e la Grande Depressione glielo portarono via; dall’altra, Alekhine, che passò tutta la vita a cercare di colmare con rabbia un vuoto esistenziale cominciato con l’espulsione dall’Unione Sovietica e culminato con l’abbraccio all’ideologia nazista. Rappresentato in anteprima al Napoli Teatro Festival Italia, dove è stato accolto con grandissimo successo dal pubblico e definito dalla critica uno “spettacolo dal sangue blu”, Il gioco dei re rinnova la collaborazione tra l’autore Luca Viganò (Genova 1968) e il Teatro Stabile di Genova, il quale ne aveva già messo in scena alcuni anni fa Galois. Storia di un matematico. Strutturato sul filo di una drammaturgia aperta, lo spettacolo procede attraverso una quarantina di scene (alcune anche molto brevi) in cui si alternano i luoghi più diversi: da un interno famigliare al Washington Square Park, dal porto di New York a una sala da torneo di scacchi, da una stanza d’albergo alla tolda di un transatlantico, Il gioco dei re racconta un’avventura umana in cui gli scacchi diventano metafora della vita tutta, il divenire di un’ossessione nella quale amicizia, amore e odio s’intrecciano nella quotidiana battaglia dell’esistenza e i sentimenti devono fare i conti con il razionale movimento dei pezzi schierati gli uni di fronte agli altri su una scacchiera di sessantaquattro caselle. (Caf)

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