(6 feb) La crisi ha già intaccato la base produttiva dell’industria e il centro studi di Confindustria documenta questa erosione sia nel numero di imprese che hanno cessato l’attività, ripartite tra i diversi settori e tra le diverse regioni, sia attraverso la stima del potenziale manifatturiero, dato dal rapporto tra il livello della produzione e quello della capacità produttiva impiegata. Rispetto a prima della crisi il potenziale si è ridotto di oltre il 15%. Questa distruzione di capacità ha riguardato anche altri paesi. Tra i quattro maggiori dell’Eurozona è stata massima in Spagna (-17,4%); in Germania c’è stato, all’opposto, un aumento del potenziale (+2,2%), con però una forte differenziazione settoriale (+14,2% negli autoveicoli e rimorchi, -41,1% nell’abbigliamento). In Italia la maggior parte dei settori ha visto una diminuzione del potenziale pari o superiore a un quinto (con una punta del 41,2% negli autoveicoli e rimorchi). Durante la crisi le imprese manifatturiere sono riuscite a tenere i livelli di produttività riducendo in misura significativa le ore lavorate. Tuttavia, il gap negativo con le altre principali economie, con l’eccezione della Germania, si è ulteriormente allargato. Il numero di occupati nel manifatturiero italiano è sceso in misura rilevante (di circa il 10%). Molto meno, tuttavia, che nelle altre maggiori economie avanzate, ad esclusione di quella tedesca, dove l’espulsione di manodopera era avvenuta nella prima parte degli anni Duemila.