Il governo si è impegnato a introdurre il “divieto assoluto di pubblicità per tutti i giochi con vincita in denaro, compresi quelli on-line”. Lo prevede un ordine del giorno alla delega fiscale presentato dal Movimento 5 stelle e accolto dal nuovo ministro dell’Economia. E così per oggi la coscienza è a posto.
Ma domani è un altro giorno, e lo Stato tornerà a darsi da fare per trarre maggior profitto da quei 100 miliardi di euro che ogni anno gli italiani spendono per giocare, e che per ora fruttano al fisco una dozzina di miliardi. Poco, considerato che l’Italia detiene la ragguardevole quota del 23 per cento del gioco on line su scala mondiale. E che – contando anche i neonati – la spesa media pro-capite destinata al gioco supera la cifra di 1.200 euro l’anno.
Le aliquote fiscali applicate sui diversi giochi sono diversissime: lo Stato trattiene per sé il 44% sul Superenalotto, il 27% sul Lotto ma appena lo 0,3% sul poker online. Il professor Luciano Canova, che insegna economia della felicità, trova (lavoce.info) che sia molto ragionevole cercare su questo ricco tavolo il denaro necessario a finanziare gli interventi del governo, piuttosto che reclamare gli scatti di anzianità maturati dagli insegnanti.
Difficile dargli torto, anche se finanziarsi col gioco senza vergognarsene resta, per un paese che non ha dimestichezza con l’etica protestante, un traguardo molto ambizioso.
Quando si tratta di far cassa, più spregiudicati di noi sono gli inglesi, che ora stanno pensando di mettere all’asta e vendere ai migliori offerenti i permessi di soggiorno. E’ una proposta rivolta, in modica quantità, a ricche famiglie russe, cinesi e mediorientali che desiderano risiedere permanentemente nel Regno Unito. Per ottenere il permesso servono alcuni milioni di sterline e non occorre conoscere l’inglese né avere un lavoro.
Ma per finanziare lo Stato sarà meglio incrementare le scommesse o vendere passaporti? (28 feb)