Una decina di giorni fa ha commosso il mondo la fotografia di un bambino incontrato da alcuni funzionari delle nazioni unite mentre attraversava apparentemente da solo il confine tra la Siria e la Giordania, in una zona desertica. L’immagine è finita sulle prime pagine di molti giornali, accompagnata da articoli che spiegavano come il bambino stesse fuggendo dall’inferno siriano per cercare la sua famiglia.
Per fortuna non era così. Il bambino non stava attraversando il deserto da solo e non stava affatto cercando la sua famiglia, che in realtà lo precedeva di qualche metro, come risultò evidente quando – di lì a poco – furono pubblicate anche le altre foto scattate nella circostanza.
Una piccola impostura, forse a fin di bene (per ribadire quanto è sconcia la guerra) forse solo per spacciare qualche emozione a buon mercato, quasi che l’immagine intera – quella che documenta l’esodo di un popolo – fosse meno eloquente o meno drammatica. “La Siria, le immagini alterate e l’etica del fotogiornalismo” è il titolo di un’inchiesta accurata che Monica Ranieri ha pubblicato sul sito Frontiere news. La tesi è che intorno alle immagini anche in Siria – come altrove – si sta combattendo una guerra nella guerra, che riguarda il controllo e la manipolazione delle informazioni .
Ecco per esempio un’altra famosa fotografia rimbalzata recentemente sui social network, che ritrae un bambino, dichiarato siriano, disteso tra i cumuli di pietre delle sepolture dei suoi genitori. In realtà non siamo in Siria, le tombe sono fasulle, e il bambino è il nipote del fotografo che ha costruito e pubblicato l’immagine su facebook ai primi di gennaio, dando il via al solito processo di retweet spasmodico e incontrollato che nel grande calderone della rete rende sempre più difficile distinguere tra verità, mezze verità e menzogne. (3 mar)