L’idea che uniti si vince appartiene ormai al lontano passato. Lo spirito del tempo ora prevede che per salvarsi sia necessario separarsi. Dunque non sorprende il fatto che al consiglio regionale del Veneto stiano per essere depositate le firme necessarie a indire il referendum per separare Venezia da Mestre. Al nuovo Comune di Mestre spetterebbe tutta la terraferma, compresa Marghera e l’aeroporto, mentre a Venezia resterebbero, oltre alla città storica, le isole e le barene. Dicono i promotori che l’obiettivo è creare quella coesione sociale che oggi non c’è.
La coesione sociale ottenuta per successive sottrazioni è perfettamente coerente con l’ideologia delle piccole patrie, oggi tornata alla ribalta in seguito alla crisi delle istituzioni comuni.
Un altro referendum – quello sull’indipendenza del Veneto promosso la scorsa settimana dai movimenti autonomisti – forse non avrà raccolto i 2 milioni e mezzo di voti dichiarati dagli organizzatori, ma ha avuto sicuramente un’adesione di massa e un esito plebiscitario a favore dell’opzione separatista, come conferma il sondaggio Demos illustrato da Ilvo Diamanti su Repubblica.
L’indipendenza – sintetizza Diamanti – costituisce una prospettiva attraente per la maggioranza dei veneti. Piace soprattutto agli imprenditori e agli operai, meno agli studenti.
La rivendicazione non ha sbocchi immediati ma è un modo per segnalare il disagio nei confronti dello Stato centrale e della sua classe politica.
E’ un sentimento che viene amorevolmente nutrito. Dovendo comunicare che nel 2013 il Veneto ha aumentato del 2,8% il volume delle sue esportazioni mentre il resto del Paese non è stato altrettanto brillante, la Fondazione che fa capo alle Confindustrie locali ha diffuso nei giorni scorsi una nota intitolata sportivamente così: “Il Nord Est lascia al palo l’Italia”. Sai che soddisfazione. (25 mar)