– Roma, 6 lug – Come si spiega questo divario? Un primo ordine di spiegazioni, spiega l’Isae, “risiede in una cattiva conoscenza del concetto stesso d’inflazione da parte dei consumatori”: secondo un’indagine recentemente svolta dall’Isae, oltre il 70 per cento degli italiani non è in grado di indicare il più recente tasso d’inflazione pubblicato dall’Istat. Inoltre, soltanto il 23 per cento degli intervistati indica correttamente che nel rispondere a domande circa l’andamento dell’inflazione occorre fare riferimento a un paniere comprendente non solo i prodotti d’acquisto più frequente ma anche i beni a carattere stagionale e i durevoli. Da soli tuttavia tali fattori “non sembrano sufficienti alla spiegazione”. Giudizi e previsioni d’inflazione sembrano risentire anche di fattori socio-demografici, con i consumatori meno istruiti e con redditi inferiori che (unitamente alla componente femminile della popolazione) percepiscono un’inflazione mediamente maggiore degli altri. Inoltre, nel periodo considerato le valutazioni sull’inflazione sono apparse correlate con l’andamento della fiducia, con i consumatori più “fiduciosi” che hanno espresso valutazioni molto più vicine ai dati effettivi rispetto a quelli “sfiduciati”. Per questo motivo l’Isae ipotizza che, in un contesto comunque caratterizzato da una crescita modesta del reddito disponibile, i consumatori abbiano negli ultimi anni sofferto di una sorta di “disillusione monetaria”, imputando l’insoddisfacente crescita del potere d’acquisto (legata al più generale ristagno del reddito e della produttività) a una crescita abnorme dei prezzi, in presenza di una scarsa conoscenza del fenomeno inflazionistico e di forti differenze socio-demogafiche nella capacità di interpretare correttamente l’effettivo andamento dei dati.