(11 apr) “L’Alzheimer è una malattia che cancella la memoria, l’identità, i ricordi di una vita intera. Per capire cosa vuol dire bisognerebbe entrare nella testa di un malato. Per capire cosa vuol dire assisterlo bisogna passarci insieme giorni, mesi, anni. La sua malattia diventa la tua”. Difficile parlare di una malattia lenta, dolorosa, amara. Difficile anche occuparsi dei malati di Alzheimer: il senso di inadeguatezza, lo smarrimento, la paura, l’ansia. C’è riuscita però Mara Consoli: autrice, regista e sceneggiatrice che con il suo documentario “Vittorio, Capitan Pistone… e tutti gli altri” ci ha accompagnato in quel mondo fatto di dimenticanza e smarrimento. Un mondo tanto lontano quanto reale visto che la malattia colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila ammalati. La ricerca però in questi anni sta facendo passi avanti importanti: la lotta contro l’Alzheimer e le malattie neurodegenerative prosegue e, ora, la medicina trova una possibile alleata nella fisica. Nell’articolo “Protein accumulation in the endoplasmic reticulum as a non-equilibrium phase transition”, pubblicato, infatti, oggi dalla rivista americana Nature Communications, quattro scienziati italiani propongono i risultati di una collaborazione interdisciplinare tra Fondazione Isi, Istituto per l’Interscambio Scientifico, Università degli Studi di Milano e Cnr, Consiglio Nazionale delle Ricerche. “Il nostro lavoro parte dallo studio dell’accumulo di proteine nel reticolo endoplasmatico – spiega Stefano Zapperi, ricercatore Isi, che firma l’articolo insieme a Zoe Burdrikis, Giulio Costantini e Caterina La Porta – è lì che vengono alla luce le prime tracce della malattia”. Studiando la cinetica di aggregazione di proteine attraverso la simulazione della diffusione di polimeri lineari, il gruppo di lavoro è riuscito a utilizzare con successo questo modello per descrivere dati sperimentali ottenuti in passato su altri pazienti. In particolare, sulla rimozione di beta-amiloide dal sistema nervoso centrale, permettendo di prevedere il comportamento atteso con la progressione del morbo di Alzheimer. “Noi abbiamo svolto un lavoro particolarmente attento sull’Alzheimer”, dice Zapperi, “ma il nostro modello può essere utilizzato anche nello studio delle altre malattie degenerative che presentano processi comuni. La fisica in questo caso si affianca allo studio in vitro, offrendo nuove prospettive d’analisi sull’aggregazione e sul deposito di proteine in situazioni aberranti. È una innovazione importante, perché in futuro simili tecniche potrebbero offrire un decisivo contributo a livello diagnostico: individuando il momento in cui si arriva alla transizione di fase, si può sapere in anticipo quanto il paziente si sta avvicinando alla malattia e agire di conseguenza”. (PO /Gil)