– Roma, 8 lug – “Mi lasci dire, signor presidente del Consiglio, che la parola ‘proposta’ non si addice alla situazione che si è creata. È auspicabile che lei manifesti la sua soluzione e la presenti al Consiglio dei ministri come una decisione sulla quale porre la fiducia al Consiglio stesso dove – pur auspicando l’unanimità – le sarà sufficiente la maggioranza. Se i dissenzienti vorranno provocare la crisi sarà loro la responsabilità. Per la seconda volta toccherebbe dunque a Rifondazione consumare una sorta di ‘parricidio’ politico con la differenza rispetto al 1998 che allora Rifondazione non faceva parte della maggioranza ma aveva solo pattuito un appoggio esterno, mentre ora è parte integrante del governo”. E’ quanto scrive Eugenio Scalfari in un editoriale sulla prima pagina di Repubblica dal titolo “Quando il sindacato si accordò con Maroni” nel quale espone alcuni esempi di come l’intera società si sia “trasformata in un sistema di caste che si guardano reciprocamente in cagnesco. Nessuna di loro è portatrice d’una visione del bene comune; nessuna del resto tenta di camuffarsi”. In questa riflessione il primo dito puntato da Scalfari è quindi contro l’addio della concertazione sindacale: “Soltanto una sottilissima carta velina distingue ormai i sindacati nazionali da una corporazione nazionale e da una ‘lobby’ nazionale”. In merito allo scontro odierno sullo scalone ricorda inoltre che “i sindacati concordarono con l’allora ministro del Lavoro, Maroni, che la legge istitutiva del famoso scalone che portava in un colpo solo l’età pensionabile da 57 a 60 anni, avrebbe avuto il loro accordo alla condizione che la sua entrata in vigore fosse stata posticipata di tre anni”, e a chi reclama l’abolizione dello scalone “senza se e senza ma”, ricorda che “lo scalone, una volta abolito, sarà sostituito da provvedimenti che in tempi graduali facciano fronte all’aumento demografico della popolazione, ferma restando la compatibilità con l’equilibrio del bilancio”. (SEGUE)