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Rodin in mostra a Roma
alle Terme di Diocleziano

it@withub.it by it@withub.it
25 Aprile 2014
in Archivio speciali - Mostre
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RODIN ALLE TERME DI DIOCLEZIANO
Fino al 25 maggio, nelle monumentali Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, a Roma, la mostra “Rodin. Il marmo, la vita” – già presentata con grande successo a Palazzo Reale a Milano – presenta un corpus di oltre 60 sculture in marmo per la più completa esposizione che sia stata allestita sui marmi dell’artista parigino di Auguste Rodin (1840-1917) che, con Michelangelo, è tra i più grandi rivoluzionari della tradizione plastica moderna. E proprio Michelangelo, di cui ricorrono i 450 anni dalla morte, ha lasciato il segno alle Terme di Diocleziano. Gli ambienti che costituivano il cuore dell’edificio termale, il frigidarium, il tepidarium e il calidarium furono trasformati da Michelangelo per la realizzazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri Cristiani. Negli altri ambienti delle Terme sorse, ideato dallo stesso artista, il Convento dei Certosini, di cui si ammira il chiostro dalla limpida linea architetturale, inserito nel percorso museale. In questo contesto storico architettonico, due imponenti e antiche aule del complesso termale accolgono le tre sezioni della mostra, in cui si legge l’influenza di Michelangelo sullo scultore francese. Roma è stata fondamentale nella formazione di Rodin, a cominciare dalla visione della Cappella Sistina, dove scopre il peso dei vuoti e dei pieni nella pittura di Michelangelo, sistema che poi riporta nella sua grammatica modellativa, mentre dal Mosè di San Pietro in Vincoli riprende la funzione di quinta scenografica, senza dimenticare il “non finito” michelangiolesco che per il grande maestro francese avrà anche un valore pratico, catturando la luce e riflettendola sulle superfici finite. Tra le opere giovanili in mostra, di stampo classico, spicca il celeberrimo Homme au nez cassé, rifiutato dal Salon parigino del 1864, un ritratto omaggio al grande genio Michelangelo. Al vertice di questa sezione c’è Il bacio, la scandalosa scultura che rappresenta due amanti e fece scalpore nella Francia di fine Ottocento, opera che ancora conquista i visitatori del Musée Rodin. (red)

GLI ENIGMI VISIVI DI EPAMINONDA
La Fondazione Querini Stampalia di Venezia propone, fino al 18 maggio, Chapter IV, prima mostra personale in un’istituzione italiana della 34enne artista cipriota Haris Epaminonda, affermatasi negli ultimi anni come una delle figure centrali nel panorama artistico della sua generazione a livello internazionale. Le sue installazioni, i display espositivi come anche gli interventi sull’architettura, danno origine a enigmi visivi che rinviano a una moltitudine di significati. Nella mostra veneziana l’artista interviene all’interno dello spazio realizzato da Carlo Scarpa e presenta una nuova versione del suo ultimo film Chapters, un film di quattro ore girato nel 2012 a Cipro, per l’occasione decostruito in un inedito adattamento. In Chapters Epaminonda propone alcuni degli “stilemi” del suo linguaggio artistico: i vasi, lo scorrere dell’acqua, il monumento, le rovine, i paesaggi, le palme, gli animali. In un’atmosfera densa di misticismo, uomini, donne, animali e oggetti si muovono e interagiscono, compiendo azioni e gesti rituali carichi di una molteplicità di possibili significati, enfatizzati spesso dalla lentezza dell’esecuzione o attraverso la tecnica dello stop motion. Un viaggio in uno spazio fisico e mentale, o in un tempo sospeso, malinconico e allo stesso tempo astratto in cui lasciare affluire emozioni e costruzioni immaginarie, i cui possibili riferimenti spaziano da Beato Angelico a Sergei Parajanov a Pier Paolo Pasolini, dall’architettura greco-romana e bizantina a Carlo Scarpa. (PO / red)

OMAGGIO ALLO “SPINARIO”
La statua in bronzo dello Spinario, giunta in Campidoglio nel 1471 con la donazione dei Bronzi Lateranensi fatta da Sisto IV, in occasione dell’istituzione dei Musei Capitolini, rappresenta uno dei massimi capolavori della scultura antica, che ha conosciuto un’ininterrotta fortuna nell’evo antico come in quello moderno. Una mostra ai Musei Capitolini, fino al 25 maggio, presenta un ampio panorama del tema “Spinario” e del suo successo, riunendo le repliche e le rivisitazioni antiche e moderne esposte oggi nei più importanti musei italiani e stranieri. Esposti bronzetti, disegni e quadri ispirati allo Spinario che ne tracciano il successo ottenuto nel corso dei secoli, ininterrotto sino ai giorni nostri. (red)

LA GRANDE GUERRA VISTA DAL FUTURISMO
Mentre si avvicina il centenario della prima guerra mondiale, la Fondazione Carichieti presenta fino al 25 maggio, a Palazzo de’Mayo, a Chieti, l’esposizione “Sironi e la Grande Guerra. L’arte e la prima guerra mondiale dai futuristi a Grosz e Dix” con oltre cinquanta opere che documentano come gli artisti – da Balla a Carrà, da Léger a Grosz e Dix, da Previati a Nomellini -, hanno rappresentato la drammatica esperienza del conflitto. Cuore della mostra è la figura di Sironi, di cui per la prima volta vengono analizzate organicamente la stagione degli anni 1915-1918 e la tematica della guerra, che ricorre nella sua pittura ben oltre quegli anni. Il percorso espositivo muove da maestri europei come Léger con I giocatori di carte, 1915; Otto Dix, con la poco nota Schutzengraben in der Champagne, 1916; Grosz con il tragico 1917. Prosegue poi con gli artisti italiani: da Previati (Gli orrori della guerra, 1917) e Nomellini, (Allegoria della vittoria sull’esercito in marcia, 1919) ai futuristi Balla, Carrà, Depero, Prampolini, Dottori, fino a Bonzagni, Campigli e molti altri, tra cui Viani e Marussig che rappresentano entrambi un soldato austriaco, emblema della sconfitta. Le sale sironiane iniziano con le vignette satiriche contro gli austro-tedeschi realizzate dall’artista nel 1915-1918, tra cui quelle per la rivista “Il Montello”, diretta da Bontempelli. Di rilevante interesse, in particolare, è l’ultimo numero della rivista, uscito nel novembre 1918 per celebrare la vittoria e finora quasi sconosciuto (ne esistono in Italia solo cinque copie). Di enorme suggestione sono poi due opere monumentali: la grande tela della Vittoria alata, dipinta da Sironi nel 1935, e i giganteschi Soldati, del 1936. (red)

ROMA SCOPRE SIMON HANTAI
L’Accademia di Francia a Roma presenta, a Villa Medici, fino all’11 maggio, la prima importante retrospettiva dedicata in Italia al grande pittore Simon Hantai, organizzata a cinque anni dalla morte dell’artista. Dopo il grande omaggio dello scorso anno al Centre Pompidou, ora è Villa Medici che consente al pubblico di conoscere e approfondire l’opera di questo protagonista dell’astrattismo del secondo Novecento, che, dopo un anno di soggiorno in Italia, scelse Parigi come sua seconda patria. A Roma Hantai soggiornò a lungo nel 1948 arrivando dal suo paese d’origine, l’Ungheria. Quaranta sono le opere, di diversi formati e realizzate tra il 1958 e il 2004, che vengono esposte nelle Grandes Galeries di Villa Medici. Avvicinare oggi il lavoro di Hantai esige il confronto con la tensione che lo spingerà a quell’idea d’isolamento che fece propria, all’indomani della partecipazione alla Biennale di Venezia del 1982 in rappresentanza della Francia, con un’attitudine in contrasto con l’universo delle apparenze e della “visibilità” oggi così diffuso. La vocazione di Hantaï è quella di riappropriarsi della ricerca assoluta come finalità e missione dell’artista, fino a divenire il carattere distintivo dell’ultimo periodo della sua vita e del suo lavoro. Periodo che vede opere, spesso ancora inedite, nascere dal dialogo dell’artista con alcuni dei più grandi filosofi e scrittori del suo tempo, come Jacques Derrida, Jean-Luc Nancy, Hélène Cixous e Dominique Fourcade. La mostra allestita a Villa Medici permette al pubblico italiano e internazionale di conoscere la pittura di sperimentazione di Hantaï, il suo rifiuto della celebrazione, le sue profonde motivazioni intellettuali e gli echi della lezione surrealista. E ancora il rapporto con la materia che si evolve fino a divenire esperimento continuo, manipolazione, tecnica originale – di volta in volta percorrendo il collage, il ricalco, il pliage, che affascinò Gilles Deleuze, il decoupage, l’esperienza materica. La mostra presenta anche diverse opere del periodo “scritturale” di Hantai, basate su disciplinate esperienze calligrafiche elevate a palinsesto esistenziale e a canone estetico, a misura di sottomissione all’assoluto e nel contempo a silenziosa provocazione. (red)

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