OMAGGIO AL DESIGNER ROBERTO FALLANI
Fino al 20 maggio la Casa dell’Architettura di Roma, suggestivo spazio dell’ex Acquario Romano, oggi sede dell’Ordine degli Architetti di Roma, ospita un grande omaggio a Roberto Fallani. Autore di ben 53 brevetti, di innovative sculture dai materiali più vari, di oggetti di arredamento tecnologico e fantastici scenari urbani, l’inventore-costruttore di origini toscane inizia la sua attività di designer ideando oggetti pratici, tecnologici e funzionali con grande attenzione al trasporto, montaggio, smontaggio, manovrabilità e misure, anticipando negli anni Ottanta alcuni dei principi strutturali su cui è tuttora basata la produzione delle grandi catene di distribuzione nel settore dell’arredamento. La sua antologica, dal titolo “Futuro anteriore”, presenta oltre una ventina di produzioni uniche tra ferro, legno, alluminio e materiali alchemici, in cui la progettazione tecnica ed ergonomica si abbina ad uno studio quasi ossessivo della forma e di quanto possa interagire con la persona determinando situazioni emozionali. Un cuore in resina pulsante segna il battito sonoro del percorso espositivo con opere accuratamente selezionate negli oltre cinquant’anni di carriera di Fallani: da una galleria di troni antropomorfi alle lampade tecno-artistiche, al NeoVitruvio, una monumentale figura in alluminio fuso che lascia intravedere giunture scheletriche ed articolazioni tese non alla deformazione del nudo, ma alla scoperta della interiorità meccanica di ogni essere umano, alla seduta-scultura Skeleton nelle quali la “struttura” scheletrica si evidenzia in tutta la sua prorompenza, ammorbidita dalle imbottiture e sdrammatizzata dalla brillantezza e dal colore del pellame, tanto che, non si avverte assolutamente disagio nell’essere accolti dall’abbraccio di uno scheletro. (red)
ROMA RICORDA ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI
In occasione del ventennale della scomparsa, il Centro Studi Fondo Sammlung Bettoni Pojaghi di Roma, in sinergia con la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e l’Università di Roma Tre e in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha ideato una mostra bio-bibliografica e di immagini dedicata al grande musicista Arturo Benedetti Michelangeli e al suo legame con la montagna e con il territorio alpino. L’evento – alla Biblioteca Nazionale di Roma fino al 31 maggio – intende da un lato ricordare il profondo rapporto spirituale di Benedetti Michelangeli con il Trentino Alto Adige e con Bolzano (dove Michelangeli insegnò per diversi anni al Conservatorio), dall’altro ripercorrere criticamente le tappe fondamentali della carriera del pianista. (red)
“SOTTO CASA” DI FELLINI
Il Margutta RistorArte di Roma dedica fino al 16 giugno al grande regista la mostra “Sotto casa di Federico” che presenta trenta opere ad inchiostro di china di Roberto Di Costanzo dedicate all’immaginario felliniano. La mostra, gode del patrocinio del maestro Pierre Cardin, del Centro Sperimentale di Cinematografia e di Editions Nomades. “Federico abitava sopra Il Margutta RistorArte e tutte le mattine passava davanti al locale che allora era piccolissimo – racconta Tina Vannini, organizzatrice della mostra -. Una sola entrata, e sulla porta ‘Circolo di cultura vegetariana’. Passava e sbirciava curioso come solo lui sapeva essere. Una mattina, quando Claudio era sulla porta, Federico gli chiede: ‘Posso sapere cosa succede qui?’. Poi entrò: da quel momento fu il luogo degli incontri più pazzi e divertenti, attraverso i quali sono nati film, progetti e soprattutto risate”. Una occasione importante, addirittura doppia, che consente di ricordare i 20 anni dalla morte del regista, e i 50 anni dalla vittoria dell’Oscar per 8 e mezzo. Federico si firmava Federico. Così piaceva essere identificato il grande Fellini. Già dall’esperienza del Marc’Aurelio scriveva i propri pezzi firmandoli con il proprio nome di battesimo. Secondo la testimonianza di Gianfranco Angelucci persino dal letto di ospedale quando alla fine dei suoi anni fu ricoverato per la grave ischemia che poi gli sarà fatale, scherzava raccontando che quando le infermiere lo chiamavano Signor Fellini, gli veniva spontaneo girarsi come se si rivolgessero a suo padre. Da qui il titolo della mostra, ad indicare una familiarità con il luogo e nel rispetto di uno spirito geniale che attingeva a piene mani dal rapporto diretto con il mondo e le persone. “Raccontare Fellini attraverso il disegno per un illustratore di libri è quanto di più evocativo si possa immaginare” dichiara l’artista Roberto Di Costanzo. (red)
CAPOLAVORI IMPRESSIONISTI DAL MUSÉE D’ORSAY
Fino all’8 giugno il Complesso del Vittoriano presenta la grande mostra “Musée d’Orsay. Capolavori”. L’esposizione porta per la prima volta a Roma straordinarie opere realizzate tra il 1848 e il 1914 dai grandi maestri francesi, Gauguin, Monet, Degas, Sisley, Pissarro, Van Gogh, Manet, Corot, Seurat e molti altri, proponendo un percorso artistico che – attraverso una selezione di settanta opere – parte dalla pittura accademica dei Salon e attraversa la rivoluzione dello sguardo impressionista fino ad arrivare alle soluzioni formali dei nabis e dei simbolisti. La storia delle avanguardie e della modernità sarà preceduta dall’inedito racconto di come una ex stazione ferroviaria nel cuore di Parigi sia divenuta uno dei musei più importanti al mondo. Dalle diverse origini delle sue collezioni alla costruzione dell’edificio per l’Esposizione Universale del 1900 fino alle trasformazioni successive, con una particolare attenzione al fondamentale lavoro di allestimento e museografia realizzato nel 1986 dall’architetto italiano Gae Aulenti, scomparsa l’anno scorso. La mostra è articolata in cinque sezioni: la prima è incentrata sull’arte dei Salon, la seconda sui cambiamenti apportati alla pittura di paesaggio dalla Scuola di Barbizon, la terza è dedicata alla modernità ritratta dagli impressionisti, la quarta segue l’evolversi del linguaggio pittorico della seconda metà dell’Ottocento nella sua declinazione simbolista, la quinta documenta l’eredità lasciata dall’impressionismo. A partire dagli anni 1880 i pointillisti spingono al limite la separazione delle macchie cromatiche portata avanti dagli impressionisti. Alcuni impressionisti abbandonano il realismo, come Monet, i cui colori sono sempre più indipendenti dalla natura e stesi con un numero crescente di pennellate. L’abbandono della prospettiva è ormai definitivo e le sperimentazioni si moltiplicano, dal cloisonnisme di Gauguin ai nabis, che riaffermano la dimensione decorativa della pittura in opere di grande formato.
ANTOLOGICA SU GIANNI BERENGO GARDIN
Le immagini di Gianni Berengo Gardin sono uno spaccato della vita politica, sociale, economica e culturale dell’Italia dagli anni del boom a oggi, sia nei suoi risvolti felici, sia nelle sue pieghe drammatiche e a volte tragiche, ponendo sempre al centro dell’attenzione l’uomo e la sua dignità. La mostra “Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo” approda, fino all’8 giugno, a Palazzo Ducale in versione rinnovata e arricchita con un intero capitolo dedicato a Genova, in un lasso di tempo che va dal 1969 al 2002. La rassegna antologica conta circa 200 fotografie che ripercorrono la carriera del grande dell’oggi 80enne dagli anni Cinquanta a oggi. Conosciuto in Italia e all’estero come il poeta della fotografia, Gianni Berengo Gardin ha saputo restituire e rinnovare il linguaggio visivo del nostro paese: Venezia, Milano, i manicomi e la legge Basaglia, la Liguria, l’entusiasmante esperienza con Renzo Piano, il grande reportage “dentro le case”, la Biennale d’arte di Venezia, ma anche New York, Vienna, la Gran Bretagna e la straordinaria esperienza con il Touring Club, fino alle fotografie finora rimaste inedite e qui presentate per la prima volta. Nella fotografia di Gianni Berengo Gardin la poesia è spesso protagonista attraverso il silenzio. E le figure umane, quando ci sono, raccontano attimi di una vita sospesa, senza tempo, in una tradizione di tranquilli gesti quotidiani che si susseguono giorno dopo giorno. Italo Zannier nella “Storia della Fotografia Italiana” (Roma-Bari 1987) lo ha definito “il fotografo più ragguardevole del dopoguerra”, ed è presente tra gli 80 fotografi scelti da Henri Cartier-Bresson nel 2003 per la mostra “Les choix d’Henri Cartier-Bresson”. Nel 2008 gli è stato assegnato, negli Stati Uniti, il prestigioso “Lucie Award” alla carriera e nel 2009 gli è stata conferita dall’Università di Milano la laurea Honoris Causa in Storia e Critica dell’Arte. (red)