Sono decine di milioni i ragazzi che ogni giorno chiedono o danno la loro amicizia su Facebook. Certo si tratta di un’amicizia poco impegnativa, un click e via. L’università dell’Ohio ha scoperto che per accordare l’amicizia su Facebook è decisiva la foto di chi la chiede, e più la fotografia è sfocata o ambigua più stuzzica la curiosità. Se la foto rimanda messaggi marcatamente positivi finisce per frenare del tutto l’interesse. L’amicizia chiesta o accordata su Facebook è un modo per conversare, riconoscersi, ammirarsi e farsi ammirare. In questo modo Facebook e i suoi proprietari ora dispongono di una rete che descrive le connessioni tra un miliardo di persone e che consente di conoscerne le preferenze, le ansie, le speranze. Anche l’altro bottone – il “mi piace” – si presta a un utilizzo analogo. L’università di Cambridge, in collaborazione con Microsoft, ha studiato i profili di 58 mila utenti americani di Facebook e analizzato i loro “mi piace”. Alla fine i ricercatori sono riusciti a individuare le preferenze politiche degli intervistati nell’85% dei casi. Nel 95% dei casi hanno capito – senza guardare le foto – se si trovavano di fronte a un bianco o a un afroamericano. E 88 volte su 100 i like gli hanno detto se l’utente di Facebook era gay o no. La domanda è cosa accadrebbe se una conoscenza così capillare delle attività e delle abitudini dei singoli utenti fosse usata non solo per finalità commerciali ma anche per scopi politici o di controllo sociale, o addirittura per scopi illeciti. Sarà anche per questo che Facebook vale 100 miliardi di dollari e che vale più del doppio Google, a cui ogni giorno 350 milioni di persone riconoscono il diritto di indicizzare e quindi di utilizzare a scopo commerciale le informazioni contenute nelle loro e-mail. Che è un po’ come se noi consentissimo al postino di leggere le nostre lettere.
Google, che sarebbe il postino, ci risponde che in cambio lui recapita la nostra corrispondenza gratis. Lo psicoterapeuta Aaaron Balick riassume la situazione con questa osservazione di puro buon senso: “Se un servizio ti viene offerto gratuitamente vuol dire che tu sei il prodotto”. (25 luglio)
