– Pescara, 31 ago – “Il Cram sostiene sempre iniziative culturali come questa pubblicazione che riscoprono o valorizzano le tradizioni del nostro Abruzzo – afferma Di Matteo- perchè, come Presidente del Cram so che i nostri corregionali emigrati sono appassionati di opere come questa. Anche in questo modo, infatti, la Regione Abruzzo vuole essere sempre più vicina ai suoi concittadini che, pur vivendo lontano, si sentono orgogliosi delle proprie radici e delle peculiarità della propria terra d’origine. Le fotografie di Iammarrone, anche lui “emigrato” in Abruzzo dalla Puglia, sono una testimonianza storica senza precedenti, che descrivono con passione e arte aspetti quasi sconosciuti ai più e che rendono questa opera unica, preziosa come poche nella storia dell’editoria abruzzese. I riti propiziatori rappresentano, infatti, una delle tradizioni autoctone dei propri paesi di origine che solo gli emigrati rivelano e portano fuori dei confini paesani, con orgoglio ma anche nostalgia, quando si trovano a raccontare o a descrivere le peculiarità della propria terra d’origine. Lo fanno perchè è un modo per esprimere la propria identità e per distinguersi in terra straniera o anche quando si trovano fra italiani emigrati da altre regioni dello Stivale”. “Il Cram dell’attuale legislatura – prosegue Di Matteo – si trova a dover affrontare il bivio di chi è emigrato e ancora fortemente legato alla propria terra d’origine e chi (figli e nipoti), invece, spesso si sente più legato alla terra dove è nato piuttosto che a quella dei propri genitori o nonni, anche per via della lingua italiana dimenticata o mai parlata. Usi, costumi, abitudini, proverbi, riti o la nostra meravigliosa cucina sono il corredo della nostra cultura, anche contadina, dignitosa e fiera, ereditata dal nostro passato glorioso. La nostra identità-eredità culturale abbiamo il dovere di recuperarla, conservarla e trasmetterla ai nostri giovani che, peraltro, ne hanno un bisogno estremo, persi come sono nel mare della globalizzazione e spersonalizzazione. Non mi stancherò mai di ripetere che, per me, – conclude Di Matteo – non conoscere le proprie radici equivale a non avere i propri genitori”.