Quello di Silvio Berlusconi è stato il partito personale per eccellenza, il primo esperimento europeo di un grande partito messo in piedi dal leader di un’impresa commerciale privata, e guidato come se si trattasse di un ramo d’azienda attivo sul mercato della politica.
Ma gli anni passano, e adesso l’azienda-partito deve immaginarsi un futuro senza il fondatore, o con una sua presenza più discreta. Sono sotto gli occhi di tutti le difficoltà di Berlusconi nell’individuare se non il successore perlomeno i titolari delle quote ereditarie. Nell’attesa, il partito sembra sulla via del declino, con sondaggi sempre più scoraggianti.
Non ci sono più nemmeno i sondaggi per un altro partito personale, l’Italia dei Valori, scomparso dai radar insieme al suo leader Antonio Di Pietro. D’altra parte non poteva brillare di luce propria una forza politica che per statuto attribuiva al presidente fondatore competenza esclusiva sull’organizzazione e sulla linea, oltre che sulla nomina dei candidati alle elezioni.
Il terzo grande partito personale della nostra stagione è il Movimento 5 Stelle, che – a differenza degli altri due – sembra invece porsi seriamente il problema del proprio futuro. Con una mossa a sorpresa, il 28 novembre Beppe Grillo ha nominato una sorta di “direttorio”, un gruppo di cinque parlamentari con ruoli di gestione e coordinamento del movimento.
Molti hanno criticato le modalità della selezione e l’assenza di discussione interna. Ma pochi sembrano aver colto l’importanza della svolta impressa da Grillo, che per la prima volta ha indicato una possibile nuova leadership per il partito votato da un italiano su quattro.
Il fondatore è stanco, ma ci manda a dire che c’è vita sul pianeta 5 Stelle. (9 dic)