Roma, 14 set – Nonostante lo “stato vegetativo permanente”, il paziente “è una persona, con la sua dignità umana fondamentale”. Così si è espressa la Congregazione della Dottrina della Fede in risposta a un interrogativo della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. Per il Vaticano “lo stato vegetativo è vita da rispettare” e quindi al paziente che si trova in tale situazione “sono dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali”. La risposta del dicastero vaticano – è indispensabile che la vita in stato vegetativo vada conservata – è stata approvata da papa Benedetto XVI durante l’udienza concessa al cardinale William Joseph Levada e sarà pubblicata. Pertanto la somministrazione di cure “è quindi obbligatoria – aggiunge il Vaticano – nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente”, perché “in tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’indebolimento progressivo dell’organismo e alla disidratazione”. Per la Congregazione vaticana, anche le scarse speranze di recupero del paziente come quando lo stato vegetativo supera l’anno, non possono giustificare eticamente l’abbandono o l’interruzione delle cure minimali al paziente, comprese alimentazione e idratazione. “La morte per fame e per sete – sottolinea il Vaticano- è infatti l’unico risultato possibile in seguito alla loro sospensione”. Dunque precisa la Congregazione: l’atto di interrompere tali cure, “se consapevolmente e deliberatamente effettuato, è come una vera e propria eutanasia per omissione”. Per quanto riguarda la definizione di stato vegetativo permanente se ne dà una precisazione in una nota: lo “stato vegetativo permanente” è semplicemente una convenzione, cioè “un termine coniato per indicare la condizione di coloro il cui “stato vegetativo” si prolunga per oltre un anno. In realtà, sottolinea la nota, “a tale definizione non corrisponde una diversa diagnosi, ma solo un giudizio di previsione convenzionale, relativo al fatto che la ripresa del paziente è, statisticamente parlando, sempre più difficile quanto più la condizione di stato vegetativo si prolunga nel tempo”. Già Giovanni Paolo II aveva fatto questa rilevazione, in un discorso del 2004, per rispondere “a coloro che mettono in dubbio la stessa qualità umana dei pazienti in stato vegetativo permanente”. E il Vaticano su un punto fondamentale è chiaro: “Un uomo, anche se gravemente malato o impedito nell’esercizio delle sue funzioni più alte, è e sarà sempre un uomo, mai diventerà un vegetale o un animale”. L’ammalato in stato vegetativo, in attesa del recupero o della fine naturale – ricorda l’ex Sant’Uffizio – ha diritto ad un’assistenza sanitaria di base (nutrizione, idratazione, igiene, riscaldamento, ecc.) e alla prevenzione delle complicazioni legate all’allettamento”. Anche la somministrazione di acqua e cibo, – come ricordato da Papa Wojtila anche per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico. Anche papa Pio XII si era espresso in modo chiaro sull’obbligo di non interrompere le “cure minimali” ai malati anche se irrecuperabili – ha ricordato la Congregazione per la Dottrina della Fede nella nota di commento alle risposte ai quesiti dei vescovi americani. Fu nel discorso del 1957 agli anestesisti, che Papa Pacelli ribadì che “in caso di malattia grave, il paziente e coloro che lo curano hanno il diritto e il dovere di mettere in atto le cure necessarie per conservare la salute e la vita”.
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