Il 4 gennaio a Roma è stato dato alle fiamme il locale dove Mirko Coratti, l’ex presidente del consiglio comunale indagato nell’inchiesta su Mafia Capitale, riceveva i suoi elettori. Dalla foto dell’insegna annerita, pubblicata sui giornali, abbiamo appreso che quella si chiamava e si chiama “ufficio politico”, proprio come quegli organismi collegiali che un tempo dirigevano i grandi partiti di massa, soprattutto comunisti e socialisti.
Di cosa si discutesse nell’ufficio politico del consigliere democratico Coratti noi non lo sappiamo, ma sappiamo che il titolare è accusato di corruzione aggravata e illecito finanziamento, proprio lui che sul suo sito prometteva: “voglio recuperare il significato autentico di parole come verità, crescita e sviluppo favorendo quella dimensione morale alla quale ci siamo fin troppo disabituati”.
Non sarà facile per Matteo Orfini e Fabrizio Barca, cui è stata affidata la rifondazione del Pd romano, salvare il loro partito disonorato. La diagnosi di Barca è impietosa, e questo sicuramente può aiutare. “La nascita del Pd – scrive Barca – a Roma si è risolta in una tregua armata, talora un compromesso spartitorio, fra gruppi diversi. Si è così tollerato che il partito divenisse strumento di cordate per la scalata al potere: un partito in franchising o feudale, in cui la “casa”, il “simbolo”, il “circolo”, sono presi a prestito per catturare le decisioni pubbliche in cambio voti e favori. A questa piega ha concorso la cinica presa d’atto che “così va il mondo”, che la pace sociale della città o la fornitura di servizi o la realizzazione di infrastrutture richiedessero, stante l’inefficienza pubblica, tolleranza verso nomine non meritocratiche, palesi abusi della concorrenza o addirittura l’ illegalità”.
In questi giorni Barca e i suoi collaboratori hanno avviato un’indagine a tappeto tra gli 8 mila iscritti al Pd romano. L’obiettivo è di individuare entro la primavera metodi, contenuti e persone in grado di restituire al partito l’onore perduto. (13 gen)