La platea che dal 29 gennaio dovrà eleggere il successore di Giorgio Napolitano è la stessa che fallì l’obiettivo nell’aprile 2013. Da allora a oggi è leggermente cambiata la composizione della pattuglia dei 58 delegati regionali, poiché nel frattempo ci sono state elezioni amministrative. Gli equilibri si sono modificati anche in seguito alle migrazioni di parlamentari da un gruppo all’altro.
Da inizio legislatura il Movimento 5 Stelle, ad esempio, ha perso 25 componenti tra Palazzo Madama e Montecitorio. Il monitoraggio Openpolis sui cambi di gruppo ci dice peraltro che il fenomeno riguarda un po’ tutti i partiti, visto che due anni dopo essere stati eletti hanno già cambiato maglia 186 parlamentari, cioè 84 deputati e 82 senatori.
Ma non sono questi nuovi numeri a far ritenere che stavolta, come va ripetendo Renzi, ci sarà una fumata bianca già al quarto scrutinio, quando per eleggere il presidente sarà sufficiente la maggioranza semplice, cioè 505 voti su 1009 aventi diritto.
Il fatto nuovo che spiega l’ottimismo di Renzi si chiama patto del Nazareno, cioè quell’accordo politico tra Partito Democratico e Forza Italia che nell’aprile del 2013 – dopo una lacerante campagna elettorale – non solo non c’era ma sembrava impensabile.
Con 446 grandi elettori il Pd continua a non avere i numeri per eleggere da solo il presidente. Ma adesso ha degli alleati di governo e un compagno di strada che Bersani non aveva. L’aritmetica non è più un problema. Il problema sarà semmai la qualità del compromesso. (15 gen)