Grandi aziende italiane, come Fiat e Barilla, quando hanno deciso di espandersi sono andate all’estero. E le grandi aziende estere, quando decidono di delocalizzare, difficilmente si insediano in Italia.
Le ragioni sono ben note: i tempi lunghi della giustizia civile, con l’impossibilità di riscuotere un credito o veder risolto un contenzioso in tempi ragionevoli ; ma anche l’eccesso di burocrazia, la carenza di infrastrutture, il caos normativo e fiscale, la presenza invasiva della criminalità organizzata, la discrezionalità dei provvedimenti amministrativi.
Quando le istituzioni comunitarie di cui facciamo parte chiedono all’Italia di fare le riforme, intendono dire che dovremmo affrontare seriamente almeno un paio di questi emergenze permanenti.
Pare che vada in questa direzione una legge a cui sta lavorando il governo. Per favorire gli investimenti in Italia delle grandi imprese, e in particolare quelle straniere, la nuova norma promette la stabilità della normativa fiscale. A chi attua piani di investimento da almeno 500 milioni l’anno, con un vero e proprio accordo bilaterale, lo Stato garantisce l’invarianza delle regole fiscali per tutta la durata dell’investimento.
Come ha osservato ieri sulla Stampa Francesco Manacorda la norma si presta a una duplice lettura. Dal punto di vista sostanziale è benvenuta: via libera a tutte le misure che possano attirare capitali e via libera ai grandi investimenti che creano occupazione e ricchezza. Ma da un punto di vista formale non si capisce perché la certezza del diritto, con l’impossibilità di vedersi applicare norme con effetto retroattivo, diventi una sorta di privilegio graziosamente accordato dal governo a una categoria di grandi investitori e non sia invece un dato di fatto acquisito per qualsiasi operatore economico, piccolo o grande che sia. (21 gen)